di Piergiorgio Giuliani, vice direttore PLTV

Nel suo ultimo discorso alla nazione, il Presidente Mattarella ha affermato che questo è un momento di grandi cambiamenti, accelerati dalla pandemia.

Una frase che forse non è stata colta in tutta la sua potenza.

Analizzando l’andamento del bilancio dello Stato, ad esclusione degli ultimi due anni che hanno rappresentato una evidente anomalia, si nota uno squilibrio sistemico fra entrate ed uscite. Lo Stato incassa mediamente dai 20 ai 30 miliardi in meno di quello che spende.

Se fosse un’azienda questa situazione sarebbe insostenibile e richiederebbe una ristrutturazione del debito ex art. 182 bis L.F.

I 20/30 miliardi di deficit che si generano annualmente sono per la maggior parte derivanti dagli interessi sul debito pubblico.

La Comunità Europea è ben conscia del problema, non solo Italiano ma comune a quasi tutti i Paesi e, presa fra la paura storica dei tedeschi per l’inflazione (dopo quasi 100 anno si ricordano ancora dell’iperinflazione di Weimar), e la necessità di sostenere la situazione, ha tentato di risolvere la questione col quantitative easing: i tassi sono diminuiti, ma in Italia continuiamo ad avere il nostro cronico disavanzo di cassa.

Il quantitative easing non può durare all’infinito, è una misura temporanea: c’è quindi la necessità di trovare altre soluzioni: infatti si sta profilando all’orizzonte il tapering.

Col PNRR la Comunità Europea sta impostando una nuova strategia: sostituire il debito degli Stati col debito dell’Unione. Quindi col tempo, gli Stati potranno pensare solo al rimborso degli interessi e non al rimborso del debito, che a quel punto diventerà irredimibile.

Fra le altre conseguenze vi sarà che gli Stati non potranno uscire dalla Comunità Europea, a meno di non rimborsare tutta la loro quota parte del debito comunitario. E questo è oggettivamente impossibile.

La Gran Bretagna, analizzando la situazione, ha deciso per la cosiddetta Brexit praticamente all’ultimo momento utile per non trovarsi coinvolta in questo cambiamento politico ed economico a mio avviso epocale.

Fermo restando che io sono sempre stato a favore della creazione di un’Europa unita e federale, a questo punto vi è la necessità di prendere delle decisioni serie.

In primo luogo i nostri rappresentanti al Parlamento Europeo dovranno essere preparati, competenti e parlare correntemente l’inglese. E dovranno essere stabilmente presenti a tutte le discussioni dentro l’aula ma, soprattutto, fuori dalla stessa per far si che le decisioni prese a livello sovranazionale siano favorevoli, o quantomeno neutre, per la nostra Nazione.

Secondariamente al nostro interno dovremo cambiare la struttura sociale e produttiva al fine di azzerare il deficit strutturale di bilancio.

Questa seconda fase deve cominciare immediatamente: i tassi si stanno già alzando e a quelli generati dal nostro debito pubblico fra poco dovremo aggiungere quelli derivanti dai fondi concessi dall’Europa ed il deficit di bilancio aumenterà ulteriormente, a meno di non sostituire spese con investimenti ed efficientare le strutture produttive: non c’è più spazio per spese fini a se stesse che hanno l’unico scopo di compiacere una parte oppure l’altra di elettorato, ma di investimenti che occupino gli italiani attualmente non occupati e producano reddito da distribuire.

Finora tutti gli sforzi sono stati rivolti a strappare una “fetta di torta” da una parte all’altra della società civile.

Adesso è il momento di ingrandire la “torta” affinchè ci sia una “fetta” sufficientemente grande per tutti.

E le possibilità ci sono tutte, così come le capacità: nei prossimi articoli affronterò questi argomenti cercando, con l’aiuto di tutti, come ha detto il Presidente Mattarella, di dare un contributo.

Uniti si può fare, aiutiamoci l’un l’altro ha affermato il Presidente e, allora, ripropongo la mia solita chiusura: compriamo beni italiani, prodotti da aziende che pagano le tasse in Italia, andiamo in ferie in Italia dove c’è mare splendido, monti favolosi, laghi magici, storia unica e divertimento per tutte le età  e, infine,  utilizziamo aziende di consulenza italiane: costano meno e sono migliori.

Alla prossima.