di Giuseppe Gaetano, chief editor

Dall’1 febbraio l’Inps anticiperà la liquidazione, ai dipendenti pubblici in pensione in attesa del Tfr-Tfs che ne faranno domanda online, a un tasso agevolato dell’1% più l’una tantum dello 0,5% di spese forfettarie di gestione.

Finora il trattamento di fine rapporto o servizio era erogato a rate, se superiore a 50mila euro, e dopo almeno 2 anni se oltre i 100mila (che possono arrivare fino a 7 se si è anticipata la pensione con Quota 100 per la durata massima e si è quindi lontani da età e requisiti di vecchiaia). I destinatari potevano chiedere l’anticipo di massimo 45mila euro a una banca, sobbarcandosi però alti tassi di interesse. Invece, con l’anticipo Inps – concesso in ordine cronologico di richiesta e fino a esaurimento degli stanziamenti reperiti nel Fondo Welfare, a cui i beneficiari devono necessariamente essere iscritti – “riscattare” il Tfr costerà molto di meno e l’importo complessivo dovrebbe essere versato entro 3/4 mesi. La liquidazione dovrà essere ceduta con la clausola pro-solvendo all’Inps e dalla misura è escluso chi ha un debito contributivo non saldato o cartelle esattoriali da regolare.

Si tratta, insomma, di un vero e proprio prestito, che rischia di cannibalizzare un mercato che nel 2021, in base all’attività di intelligence di EMFgroup, superava i 700 milioni. E il business è destinato necessariamente a crescere, visto che la popolazione invecchia e in Italia le pensioni sono più degli stipendi. Con l’avanzata del digitale, inoltre, il settore pubblico sta mandando anticipatamente a casa più personale di quanto ne assuma. D’altra parte, chiedere l’anticipo della buonuscita alle banche sta diventando sempre più oneroso a causa dell’aumento dei tassi. Attualmente il tasso agevolato si attesta attorno al 3% e riguarda solo i primi 45mila euro, anche se non mancano istituti di credito che contemplano condizioni favorevoli anche sul 100% di Tfs e Tfr.

Vale la pena, però, una nota a margine di carattere “deontologico”: quello dell’Inps è tutt’altro che un “regalo” o uno “sconto” ai suoi ex dipendenti visto che – sia pure solo dell’1% – applica un tasso sul loro stesso denaro. Le risorse sono prese infatti dall’aliquota contributiva dello 0,35% che i lavoratori, durante tutta la loro carriera, si sono visti trattenere sul cedolino in favore del Fondo Credito e dello 0,15% che perfino i pensionati sono tenuti a versarvi per servizi e prestazioni autofinanziate – formazione, credito, assistenza, ecc. – di cui la maggioranza non ha mai goduto. E’ quantomeno paradossale che l’ente previdenziale applichi una gabella sulla cifra che sarebbe tenuto a sborsare integralmente, in cambio di erogarla in tempi accettabili. La questione della dilazione del pagamento di Tfs-Tfr è comunque all’esame della Corte costituzionale, che potrebbe sovvertire la prospettiva applicativa.