13 Settembre 2023

NPL, dalla Centrale Rischi alla Retroattività: Gravi Conseguenze per Banche e Stato dai 3 Ddl “Saldo e Stralcio”, per gli Immobili c’è il Friendly Repossess

di Fabio Picciolini, esperto consumerista

Perdere la propria abitazione, lo studio professionale, il negozio o il capannone per non riuscire a pagare i debiti è tra le peggiori realtà che possano capitare: cercare soluzioni per un “popolo” di oltre un milione di persone non è solo giusto e condivisibile, ma ha una forte valenza sociale dopo le molte crisi che si sono succedute dal 2008 di situazioni debitorie incolpevoli.

Un debito non pagato finisce in “sofferenze” e dopo vari tentativi di recupero il creditore cede, per recuperarne almeno una parte, il proprio credito a una società specializzata che direttamente o indirettamente cercherà di farsi pagare, confezionerà un titolo da vendere sul mercato e con il ricavato pagherà gli utili agli investitori.
Operazioni che sembrano semplici, in realtà estremamente complesse: la società che compra i crediti deteriorati (Special purpose vehicle – SPV) valuta i portafogli offerti dal creditore e presenta un’offerta economica che rappresenta l’attualizzazione dei flussi di cassa attesi, oltre al suo lucro. La valutazione è basata su: blocco di crediti acquistati, profilo di rischio dell’investimento, tipologia di crediti (con garanzia o senza), tempi di recupero, mancato o parziale recupero (ad esempio crediti chirografi di scarso valore), sull’accoglienza sul mercato dei titoli emessi, ecc…

Per aiutare le famiglie e le imprese, particolarmente micro e piccole, a risanare la propria situazione economica sono stati presentati 3 nuovi disegni di legge con proposte che possiamo chiamare di “saldo e stralcio”. È però un atto di serietà nei confronti dei soggetti coinvolti, e di quelli che più o meno consapevolmente potranno averne delle ripercussioni, verificare le incongruenze, proporre modifiche e tentare di offrire soluzioni diverse alle proposte presentate.
In estrema sintesi tutti i Ddl, pur diversi tra loro, prevedono la possibilità per il debitore di riacquistare il proprio debito pagando un prezzo maggiore di quello sborsato da chi l’ha acquistato (cessionario) dal creditore (banca/finanziaria).

Nel merito, due dei Ddl sono applicabili ai crediti deteriorati ceduti dall’intermediario creditore, tra il 2015 oppure il 2019 e il 2021. Si tratterebbe di una norma per “pochi intimi”, con discriminazione tra debitori e il rischio di ricorsi per incostituzionalità. Giusto, altresì, inserire un termine finale per evitare rischio di incentivare i debitori a non onorare i propri impegni in vista di uno “sconto” futuro, sostanzialmente automatico.
Viste le date, la nuova disciplina avrebbe effetto retroattivo”: scelta giuridicamente molto discutibile in quanto inciderebbe su vendite già effettuate, contratti sottoscritti, un bilancio chiuso (2022), utili distribuiti, investimenti programmati. Non è un caso se la Banca d’Italia, per proposte simili nella precedente legislatura, abbia “sconsigliato vivamente” l’intervento su operazioni già effettuate.

Forti dubbi pone anche l’applicabilità ai soli crediti già ceduti e non su quelli ancora “in pancia” all’intermediario creditorio. Alcune proposte prevedono che il prezzo di riacquisto del debitore, salvo diverso accordo tra i contraenti, debba essere superiore del 20% a quello con cui la società cessionaria ha acquistato la posizione debitoria dal creditore. Una previsione illogica perché la società cessionaria non compra una posizione ma un pacchetto di crediti deteriorati: è impossibile determinare il valore della posizione del singolo debitore, non essendo noto il valore dato a ogni singola partita inserita nell’acquisto.
L’applicazione della proposta potrebbe provocare due situazioni paradossali: il debitore che volesse riacquistare il proprio debito potrebbe vedersi chiedere un prezzo troppo elevato rinunciandovi; oppure il creditore (cessionario) un prezzo della singola posizione, inferiore a quanto ha pagato l’intero portafoglio. Importante aggiungere che nel caso di avvio di procedimenti giudiziario o extragiudiziali, molto probabile considerato che le cessioni riguardano crediti datati, il 20% diventa il 40%.
Per il riacquisto, è troppo elevato il limite di 25 milioni delle operazioni “sanabili” se si parla di famiglie, professionisti e di micro e piccole imprese.

Ulteriore “perla” è l’automatica cancellazione della posizione dalla Centrale Rischi della Banca d’Italia. Cancellare la posizione è giusto ma un periodo più o meno lungo di mantenimento sarebbe opportuno: sia per “rispetto” di chi, magari con forti sacrifici, ha sempre pagato i propri debiti; sia perché il pagamento avviene attraverso una transazione e non attraverso il pagamento del debito residuo; sia infine per evitare il ripetersi di situazioni di impagato, particolarmente quando – come prevede uno dei DDL presentati – è possibile chiedere un nuovo mutuo per estinguere la situazione pregressa (quale sarà la banca che concederà il nuovo mutuo?). A ciò si aggiunge che le segnalazioni in Centrale Rischi rimangono, in ogni caso, per un determinato periodo quale “alert” per tutti gli intermediari; e che oltre le segnalazioni in Centrale Rischi sono previste quelle ai Sistemi di Informazione Creditizia, assolutamente non nominate nelle proposte

Un punto assolutamente da chiarire è il termine perentorio di 90 giorni per il pagamento da parte del debitore: questi per anni non ha pagato il debito, non ha credito legale a cui attingere considerata la segnalazione in Centrale Rischi della sofferenza, dove trova i soldi per saldare il prezzo pattuito al cessionario? Teoricamente risparmi o prestito familiare ma, nella realtà, il forte rischio è il ricorso al credito illegale, con conseguenze facilmente immaginabili.
Altre sarebbero le obiezioni ma sembra più utile evidenziare che il ritorno in bonis di famiglie e imprese, che dovrebbe comunque essere un percorso da affrontare, potrebbe avere un costo molto elevato per il sistema bancario, per i debitori, per la clientela non coinvolta nelle medesime situazioni e per lo Stato.

Le proposte, se concretizzate, potrebbero avere la conseguenza per il sistema bancario, di allontanare gli investitori esteri, tra i principali attori del mercato degli NPL, che non investiranno più in un Paese che modifica ex post la normativa, considerandoci inaffidabili (con la possibilità non trascurabile azioni giudiziarie verso le banche cedenti). Il sistema bancario, con minore liquidità, potrebbe ridurre la concessione di nuovi finanziamenti, aumentando i default creditizi delle piccole imprese – già piegate da inflazione, prezzi energetici, tensioni geopolitiche e aumento dei tassi -, con un più che probabile aumento dei costi a carico di tutta la clientela.
Lo Stato da parte sua, dal 2016 e ancor di più nel periodo pandemico, ha sempre offerto garanzie pubbliche: oltre 100 miliardi di euro al sistema bancario, per i prestiti concessi. Non si può escludere che, a fronte della chiusura anche parziale del mercato dei crediti deteriorati, sia richiesta all’erario l’escussione della garanzia, con pesanti effetti per il bilancio pubblico.

Le perplessità sulla costruzione delle proposte devono lasciare, però, il posto a proposte. Una in particolare, riguardante beni immobili, è il friendly repossess, già provato ad attuare oltre 10 fa con una banca, purtroppo con scarsa adesione dei debitori a causa di una campagna di informazione contraria, forse perché il tema dei crediti deteriorati non era tanto dirompente. Per chi perde il proprio bene immobile per la vendita del credito impagato o a causa di un’asta a prezzi irrisori, rimanendo impegnato per il residuo debito post asta, si tratta di vendere alla banca creditrice l’immobile con la previsione contrattuale di poterlo ricomprare al prezzo di cessione iniziale dopo un determinato periodo, ad esempio 5 o 10 anni, rimanendo nel frattempo in affitto nello stesso immobile.
La banca otterrebbe l’immobile, avrebbe il pagamento del fitto e potrebbe rivenderlo al vecchio proprietario o metterlo sul mercato a nuove condizioni al termine del periodo; e, soprattutto, chiuderebbe un credito deteriorato riportando all’attivo un credito in bonis. Il proprietario potrebbe rimanere nel “suo” appartamento, non avrebbe costi immediati se non l’affitto e se la sua situazione economica dovesse migliorare potrebbe ricomprare l’immobile al prezzo fissato ma svalutato per l’inflazione.

La proposta potrebbe essere migliorata, rispetto a quella originaria, prevedendo ad esempio una forma diversa di repossess oppure un fitto crescente, legato al recupero finanziario del debitore; oppure instaurando una operazione di rent to by, con la quota pagata mensilmente destinata in parte al fitto in parte come accantonamento per il futuro acquisto.
Infine, si potrebbe sostituire l’intervento diretto del creditore con la costituzione di un fondo immobiliare (pubblico o privato) o di un ente pubblico che riconoscerebbero il debito al creditore, con un giusto pricing, incasserebbero periodicamente gli affitti distribuendo utili agli investitori o all’erario e rivenderebbero gli immobili a una determinata scadenza (nell’esempio precedente 5 o 10 anni) al vecchio proprietario se possibile o direttamente sul mercato. Nessuna è una proposta win win, tutti perderebbero e guadagnerebbero qualcosa, ma ci si avvicinerebbe molto.

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