di Piergiorgio Giuliani, vice direttore

Il bilancio dello Stato sembra sia andato meglio del previsto: un Pil più alto delle previsioni e un deficit di bilancio più basso di quanto ipotizzato: di poco inferiore al 10%.

Quindi un futuro roseo ci attende. Peccato che in realtà la situazione sia peggiore di quanto non sembri.

Infatti il PIL non è composto solo dal reddito prodotto dall’attività privata, ma comprende anche le spese dello Stato e nel 2020 di spese lo Stato Italiano ne ha fatte molte più che in passato: l’1,6% in più rispetto al 2019. Ovviamente quella parte di PIL nel futuro non potrà essere mantenuto perché un deficit di bilancio attorno al 10% annuo non è sostenibile: un debito all’interesse del 10% in sette anni raddoppia, quindi con lo stesso ritmo fra 6 anni (perché il 2020 già ce lo siamo giocato) avremo un rapporto debito pubblico/PIL oltre il 320%.

A quel punto nessuno comprerebbe i nostri titoli di Stato, neppure ad interessi a 2 cifre.

In questi giorni sono uscite 2 notizie di cui la prima ha avuto molto risalto, mentre la seconda è passata praticamente inosservata: l’aumento costo dell’energia e il calo drammatico delle vendite delle autovetture in Italia.

Le bollette di luce e gas costano di più. Un aumento significativo dovuto a molti fattori: la ripresina economica ha fatto lievitare i costi di trasporto e la “guerra” delle sanzioni che gli USA hanno imposto alla Russia, e che ci hanno “invitato caldamente” ad appoggiare, non solo ha fatto lievitare il costo del gas, ma la Russia ha diminuito drasticamente le esportazioni di gas verso di noi.

Nonostante il Governo abbia attenuato i costi dell’aumento, questo si tradurrà in una tendenza all’incremento dell’inflazione. Uniamo il tutto con le voci di inizio di tapering e la situazione inizia a scaldarsi.

Per quanto riguarda il calo delle vendite delle autovetture, il problema non è solo delle case automobilistiche come potrebbe sembrare. Circa il 4% del nostro PIL è fatto dall’automotive. Il calo produrrà una diminuzione consistente di questa percentuale. Non solo. Vi sarà un ricorso intensivo alla cassa integrazione, con costi a carico dello Stato e quindi a carico nostro e un minor gettito fiscale derivante da minori imposte sui redditi ma, soprattutto, da un minor gettito dell’IVA. Solo il minor gettito dell’IVA nel 2021 rispetto al 2019 sarà di circa 4,5 miliardi, dopo i 2 già persi nel 2020.

Un calo normale, visto che vi è incertezza su quale sarà l’autovettura del futuro: a metano, a gas, ibrida, completamente elettrica. Un calo nonostante gli incentivi dello Stato che adesso producono PIL, ma domani produrranno aumento del debito pubblico.

Su questo argomento se ne innesta un altro: il costo delle materie prime necessarie alla transizione ecologica. Nello scorso articolo abbiamo visto come queste siano praticamente appannaggio della Cina, comprese quelle di prossima estrazione dall’Afghanistan. Il loro prezzo sta già lievitando enormemente, compromettendo i business plan della transizione ecologica.

Il passaggio dal petrolio all’energia elettrica produrrà, inoltre, nel lungo periodo una destabilizzazione del dollaro ed un aumento dell’inflazione negli USA. Infatti gli Stati Uniti stampano moneta e questo aumento della moneta viene in larga parte assorbito da tutti gli altri Stati, in quanto il petrolio si paga in dollari e gli Stati devono tenerne una provvista per pagare il petrolio. Quando questo meccanismo non funzionerà più, non vi sarà necessità di tenere abbondanti scorte di dollari e queste si trasformeranno in inflazione. Nel breve/medio periodo le cose potrebbero essere diverse: gli Stati Arabi hanno già dichiarato che smetteranno di investire sull’estrazione e ricerca di giacimenti petroliferi e paventato che il petrolio potrebbe raggiungere anche quota 200 dollari a barile, rispetto agli attuali 75.

Siamo all’inizio di un cambiamento dell’economia, del business. E quando cambia l’economia, cambia anche la struttura sociale.

Per adesso continuo a lanciare il mio appello: comprate beni italiani, prodotti da aziende che pagano le tasse in Italia e utilizzate aziende di consulenza italiane: costano meno ma sono migliori.

Alla prossima.