di Piergiorgio Giuliani, vice direttore PLTV

Quando si parla degli anni ’60, si premette sempre l’aggettivo “favolosi”. Un moto di nostalgia del passato.

In ogni caso nel 1960 la Terra era abitata da circa 3 miliardi di persone di cui 50 milioni risiedevano in Italia. Oggi il nostro pianeta è popolato da poco meno di 8 miliardi di esseri umani, ma in Italia siamo aumentati meno che proporzionalmente: 59 milioni.

Nel 1960 su 50 milioni di abitanti, la popolazione attiva nel mondo del lavoro era di 20 milioni. Questi, numeri alla mano, dovevano mantenere 30 milioni di altri Italiani: per lo più figli e nonni (i pensionati).

Oggi, con 59 milioni di Italiani, la parte attiva è composta da 25 milioni di occupati che devono mantenere se stessi ed altri 34 milioni di concittadini.

In sostanza nel 1960 doveva essere mantenuto dai lavoratori il 60% degli italiani, adesso il 57,6%. Seppur lieve, ma c’è stato un miglioramento del rapporto.

La differenza è che in questi 60 anni sono diminuiti i figli ed aumentati i pensionati. Quindi è aumentato il trasferimento di risorse che dall’interno delle famiglie arriva ai non occupati attraverso lo Stato. Ovviamente, mentre il trasferimento di reddito all’interno delle famiglie arriva ai figli tramite la famosa “paghetta” decisa dai genitori, per i trasferimenti all’interno della società la decisione spetta alla politica.

Non è questa la sede opportuna per esprimere giudizi sull’operato dei governi che si sono succeduti in questo lasso di tempo; tuttavia è questa la sede per evidenziare tendenze e problematiche che devono essere risolte.

La prima tendenza da osservare è l’allungamento dell’aspettativa di vita alla nascita: nel 1960 era mediamente di circa 70 anni, oggi è di 83 anni (ora come allora le donne hanno una aspettativa di vita maggiore rispetto agli uomini).

La seconda tendenza è il numero di figli per donna: nel 1960 era di 2,4. Oggi di 1,5 quindi al di sotto dell’indice di sostituzione.

Terza tendenza nel 1970 la percentuale di PIL destinato al comparto pensionistico era inferiore all’8%, mentre oggi supera il 15%.

Quarta considerazione riguarda la composizione del Pil. Nel 1960 il comparto agricolo contribuiva per il 4,6% al nostro prodotto interno lordo, mentre oggi è sceso al 2,2%.

Il comparto secondario contribuiva per circa il 30% contro il 23,8% attuale (all’interno si è mantenuta la percentuale derivante dall’industria, mentre è calata quella delle costruzioni), nel contempo il comparto dei servizi è passato dal  65/66% al 74%.

Da tutto ciò si può ben vedere che, oltre ad una trasformazione della società  fatta di giovani verso una società composta di persone con una età più avanzata, vi è stato anche un mutamento delle professionalità. Da lavori manuali a lavori di concetto.

Questo è un mutamento che non possiamo contrastare ma  possiamo solo accompagnare cercando di minimizzare il disagio sociale che ogni mutamento della società comporta a tutti i membri della società stessa.

Un primo passo riguarda certamente la riqualificazione dei lavoratori ma non è possibile per tutti. Volendo estremizzare è oltremodo difficile convertire un minatore in un programmatore di computer, come è vero il contrario, ovvero convertire il programmatore in un minatore.

Il secondo passo riguarda il trasferimento di quello che ad inizio dell’articolo si è chiamato il “mantenimento”.

Innalzare l’età pensionistica non è una soluzione valida, perché i disoccupati che non possono essere convertiti dovranno essere mantenuti sempre con trasferimenti di risorse per mezzo dello Stato: chiamiamoli indennità di disoccupazione, pensione, integrazione, reddito di cittadinanza o altre invenzioni lessicali, ma sempre si tratta di trasferire  risorse create dai lavoratori verso chi non lavora. Era così negli anni 60 come così è oggi.

La differenza è che negli anni 60 chi era “mantenuto” in ogni caso svolgeva una attività a favore della collettività, benché non formalizzata. I nonni accudivano i nipoti, aiutavano in campagna, o si prendevano cura degli invalidi e la società era in equilibrio.

Oggi non è più lo stesso. Alcuni trasferimenti di reddito avvengono senza una contropartita per la società e questo genera attriti sociali.

In molti paesi si è provato ad introdurre il reddito di cittadinanza o un equivalente. Lodevole iniziativa, a cui è mancata, però,  la contropartita per la società. Non è valida l’affermazione che questo trasferimento viene erogato fintanto che non si trovi un lavoro; per questo c’è l’indennità di disoccupazione. Manca la contropartita economica per la società, ovvero quei lavori che erano “socialmente utili” fatti negli anni 60 seppur in maniera non formalizzata.

Allora perché non avere come contropartita del reddito di cittadinanza, in attesa di un lavoro, 4 ore al giorno da devolvere alla collettività?

Basta guardarsi attorno e, come diceva mio padre: “di roba da fare ce n’è!” anche solo dare sostegno morale agli infermi, contribuire a digitalizzare la Pubblica Amministrazione, pulire le spiagge non assegnate in concessione, fare le guide in musei e siti archeologici…rimboccandoci le mani, ribadisco, di roba da fare ce n’è  tanta, senza portare via il lavoro a chi già opera ma migliorando il benessere della collettività.

Mi si permetta, infine, di ripetere quanto scrissi la settimana scorsa: comprate prodotti italiani, di aziende che pagano le tasse in Italia, utilizzate aziende di consulenza italiane e visitate il nostro bel Paese. Il PIL aumenterà e tutti ne beneficeremo.

Alla prossima settimana.