16 Novembre 2023

Credito alle Imprese: anche l’Autofinanziamento tiene alta la Qualità, ma le Criticità in vista vanno Anticipate

di Giuseppe Gaetano, editor in chief

Continua a flettere la propensione all’investimento delle imprese e a crescere il ricorso a fondi propri, ma è proprio grazie a questa fisiologica risposta all’impennata subita dagli interessi – l’apertura del salvadanaio – che la qualità del credito resta alta secondo i bilanci a 9 mesi di ogni banca.

Secondo l’ultimo report di Crif sul mercato del credito, il rischio di insolvenza risulta stabile nel primo semestre al 2,5% rispetto a fine 2022, quando dopo 10 anni ha ripreso lentamente a risalire: sebbene si preveda che chiuderà l’anno attorno al 3%, resta a un livello inferiore alla media europea e ancora distante dalla percentuale critica del 6%. Il tasso di default, inoltre, non è omogeneo rispetto ai differenti settori merceologici: in generale quelli che erano più ricorsi alla leva finanziaria nel periodo Covid, come il leisure, adesso appaiono svantaggiati rispetto ad altri, come la farmaceutica, che godono di maggiori sostegni fiscali. L’agricoltura, ad esempio, aumenta lievemente la sua quota sul totale degli impieghi bancari, dimostrando ancora una volta minore volatilità rispetto a industria e commercio.

I problemi, però, vanno anticipati affinché non si materializzino. Fino ad agosto, secondo la Cgia di Mestre, gli impieghi bancari vivi agli imprenditori sono diminuiti del 7,7% – corrispondenti a 55,8 miliardi di euro – toccando l’8,7% in quelle con meno di 20 addetti (il 98% delle realtà in Italia). Tra le cause – oltre a politica monetaria e flessione del Pil – i 174 mld di fondi Tlro da restituire a Francoforte entro settembre 2024 e la diminuzione della raccolta, che avrebbero “spinto molti intermediari a ‘sacrificare’ il credito più complicato, quello alle piccolissime imprese, che tendenzialmente presenta costi di istruttoria più elevati e una gestione amministrativa laboriosa“. L’associazione è tra le voci che invocano il rifinanziamento del Fondo di Garanzia per le Pmi depotenziato a fine pandemia, grazie al quale le banche potrebbero prestare soldi senza rischiare di aumentare le inadempienze.

Bankitalia ha ribadito a settembre il trend negativo dei prestiti ai privati, diminuiti di un altro 3,6% annuo risultante dalla contrazione dei finanziamenti alle famiglie (-0,9%) ma soprattutto, ancora una volta, alle società non finanziarie (-6,7%), incrementando tutte le percentuali rispetto alla precedente rilevazione mensile. D’altronde, mentre i tassi su mutui e credito al consumo sono perfino lievemente scesi – rispettivamente dal 4,67 di agosto al 4,65% e dal 10,63 al 10,52% – quelli sui nuovi prestiti alle imprese sono ulteriormente aumentati dal 5,01 al 5,35% (la media UE ad agosto era al 3,9 e 5%). Identica dinamica individua il bollettino ABI per il mese di ottobre. L’Istat ha appena rilevato a ottobre un crollo dell’inflazione a +1,7% annuo e -0,2% mensile contro, rispettivamente, il +5,3 e +0,2% segnato a settembre; ma l’indice generale e di fondo di quella acquisita per il 2023 sono ancora al +5,1% e +5,7%.

Insomma, non si può dire che i rialzi al costo del denaro siano al sipario e che il peggio sia alle spalle visti anche il Pil nazionale agonizzante e le rinnovate tensioni geopolitiche internazionali, che si riflettono direttamente sui prezzi energetici e a cascata tutti gli altri costi. Per Cribis, ad esempio, nell’ultimo anno i pagamenti con oltre 30 giorni di ritardo hanno raggiunto il 9,4%: la media nazionale è di 71 giorni ma – sorpresa – proprio le micro, piccole e medie imprese che più soffrirebbero la stretta creditizia in corso si rivelano le più puntuali nel saldo. La prospettiva di tassi fermi, ma comunque alti ancora a lungo, potrebbe allungare ancora i tempi e incrementare il le sofferenze di tutti i gruppi merceologici a prescindere dalle dimensioni aziendali. Le riserve rimangono concentrate nelle grandi imprese e in comparti specifici, come tecnologia e beni di consumo. I più irregolari sono trasporti (+21,5%), costruzioni (+16,5%) e servizi per le persone (+13,3%); mentre, a livello geografico, il Nord Est risulta l’area più affidabile.

Un giorno in più di ritardo nei pagamenti equivale a un buco finanziario di 90 miliardi di dollari nell’Ue, calcola Allianz Trade nell’ultimo report sulle insolvenze globali: l’assicuratore calcola 8.250 default aziendali in Italia nel 2023 (+15% annuo) e 10.200 nel 2024 (+24%); cifra che rimarrà stabile nel 2025. La recessione dei fatturati si è estesa a tutte le regioni (-1,9%) e, insieme al persistente aumento dei prezzi reali, sta compromettendo redditività e liquidità per i prossimi due anni. All’Ufficio parlamentare di bilancio, che misura il disallineamento tra condizioni di offerta e domanda di credito, le difficoltà di accesso al finanziamento provate da cittadini e imprenditori tra fine 2022 e inizio 2023 ricordano quelle della recessione del 2008.
Era a questi numeri che si riferiva qualche settimana fa Antonio Patuelli rilanciando – nonostante lo spread clientela a settembre sia salito a 351 pb – l’allarme su “nuovi sintomi di deterioramento del credito” che necessiterebbero di accantonamenti prudenziali, ulteriori e anticipati rispetto alle stesse “più alte condizioni di requisiti patrimoniali imposte dalle regole di Basilea 3+” e da EBA, a cui il presidente ABI chiede di allentare le limitazioni alle ristrutturazioni di Npl.

Credito in Calo anche nel IV Trimestre 2023, anche per le Famiglie

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