di Piergiorgio Giuliani, vice direttore PLTV

Il 24 Febbraio di quest’anno è cominciata “ufficialmente” la guerra fra Russia e Ucraina. Come ho evidenziato nelle prime due parti di questo articolo non si tratta di un episodio a se stante, ma di un’altra battaglia fra due gruppi di intendere il governo delle nazioni: da una parte gli “Occidentali”, dall’altra i BRICS e i loro satelliti. Paesi altamente industrializzati contro paesi ricchi di materie prime.

Già nel Settembre dello scorso anno, alla luce dell’improvviso abbandono dell’Afghanistan da parte di Stati Uniti e dei suoi Paesi alleati, tra cui l’Italia, scrivevo:

Sotto l’Afghanistan vi sono i più grandi giacimenti inutilizzati di rame, terre rare e litio. L’Afghanistan infatti conserva 60 milioni di tonnellate di rame, 2,2 miliardi di tonnellate di minerale di ferro, 1,4 milioni di tonnellate di terre rare come lantanio, cerio e neodimio, ma anche alluminio, oro, argento, zinco, mercurio e litio. È quanto stabilito dalle indagini aeree condotte dall’US Geological Survey. Il valore stimato, ai prezzi dello scorso anno è di oltre 1000 miliardi di dollari…ma i prezzi stanno aumentando enormemente: si tratta, infatti dei materiali necessari alla transizione energetica: reti elettriche, centraline di alimentazione, batterie e motori elettrici necessitano di questi materiali.”

Chi è immediatamente subentrato in Afghanistan ai Paesi uscenti? Domanda cui è estremamente facile rispondere: Russia, Cina e India.

Dove ci sono materie prime i Brics ne fanno incetta, ed è chiaro anche ad uno studente universitario al primo anno di Economia, che dove si crea un monopolio, il monopolista determina il prezzo dei  prodotti.

L’aumento dei prezzi dell’energia, anche se viene imputato alla guerra in Ucraina, è iniziato mesi prima: il conflitto ha solo accelerato il processo.

E’ notizia di questi giorni, inoltre, che i leader dei paesi dell’OPEC+ (che include i 13 membri dell’OPEC, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, tra cui Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, più altri paesi come la Russia) hanno annunciato una riduzione della produzione di greggio pari a 2 milioni di barili al giorno.  Di conseguenza il prezzo del petrolio andrà ad aumentare e ciò comporterà aumenti dei prezzi degli altri prodotti.

L’annuncio ha anche una notevole rilevanza politica, per esempio sui rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita, due paesi finora storicamente alleati. Il presidente americano Joe Biden aveva visitato l’Arabia Saudita a luglio proprio per cercare di convincere il principe ereditario Mohammad bin Salman ad aumentare la produzione di greggio, in modo che il prezzo del petrolio potesse ridursi e la pressione dei costi energetici sulle famiglie attenuarsi. Biden, peraltro, si era mostrato molto soddisfatto da quel viaggio e aveva detto che ci sarebbero stati presto degli sviluppi positivi. La decisione di oggi è quindi per lui una chiara sconfitta su questo fronte (basti ricordare quali sono i paesi BRICS e quali vorrebbero diventarlo, come riportato nel precedente articolo).

A complicare la situazione vi è la questione cinese: Xi Jinping apre il congresso del partito affermando: “non rinunceremo a Taiwan”.

Al di la della sbandierata unità del suolo cinese, la vera partita riguarda microchips e semiconduttori: Taiwan produce i microchips più tecnologicamente avanzati al mondo. Anche se Taiwan fornisse i progetti ad altri paesi, ci vorrebbero anni per impiantare una fabbrica in grado di produrli.

Per “difendere” Taiwan dalle mire cinesi, gli Stati Uniti hanno imposto, scusate, chiesto a Taiwan di trasferire parte della sua produzione di microchips su suolo statunitense (anche se serviranno anni) e di bloccare le esportazioni in Russia e Cina. Richieste cui Taiwan ha prontamente acconsentito.

I microchips di ultima generazione sono indispensabili nella produzione delle armi più tecnologicamente avanzate.

Insomma la Russia impegna l’Occidente in Europa e la Cina in Asia: divide et impera, come si ipotizza ebbe a dire Filippo II di Macedonia nel IV secolo A.C., e non in latino.

E l’Europa, e quindi l’Italia, che ruolo svolge in questa partita sulla scacchiera geopolitica mondiale? E’, e sarà, solo una spettatrice passiva che subisce le conseguenze delle mosse dei “Grandi” o diventerà parte attiva in grado di determinare gli eventi?

Alla prossima.

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