di Piergiorgio Giuliani, vice direttore PLTV

Nell’ultimo Leadership Forum svoltosi a Roma il 6 luglio, durante la tavola rotonda che ho moderato intitolata “Come sta cambiando il credito alle famiglie e alle PMI”, Massimo Dessì si è soffermato sugli aspetti e sull’impatto dell’ESG (Environmental, Social and Governance).

Nel tempo si è passati dalla finanza etica alla finanza sostenibile sino a giungere all’ESG ovvero  a quei criteri e a quelle logiche che governano strategie aziendali e investimenti atte a stimolare le imprese verso un impatto positivo sull’ambiente e sulla società e ad attuare forme di governance aziendale ispirate a criteri etici.

Nel mondo della finanza questi temi sono stati normati a partire dal   9 dicembre 2019 SFDR – Sustainable Finance Disclosure Regulation successivamente integrato e modificato dal Regolamento (UE) 2020/852 cd. Regolamento sulla Tassonomia e sono diventati degli imperativi che stanno cominciando a determinare veri cambiamenti nelle logiche operative e, nel tempo, produrranno effetti ancora più tangibili.

Per meglio comprenderne caratteristiche ed effetti, ho chiesto all’Avvocato Riccardo Gotti Tedeschi, Counsel dello Studio 3D Legal (uno dei pochi studi legali con Attestato di sostenibilità ESG)  un suo contributo. Eccolo:

“La fase di trasformazione che stiamo vivendo sui mercati, segnata dalla crisi delle materie prime da una parte e da una faticosa e ancora incerta transizione verde dall’altra, sta imponendo nuovi modelli di consumo, di investimento e conseguentemente di lavoro. Alla fase di omogeneizzazione dei mercati segnata da delocalizzazioni in paesi a basso costo di manodopera (gli ultimi 40 anni), sta ora seguendo una fase di reshoring, o regionalizzazione delle produzioni e dei traffici commerciali che – come ben spiegato dal prof. Giulio Sapelli di recente – potrà ridare forza e visibilità a quelle piccole e medie imprese italiane che sapranno sfruttare i vantaggi di un ecosistema sempre più interconnesso.

L’attenzione all’ambiente è parte integrante di una strategia globale che esprime, a partire dagli organismi internazionali fino alla ricezione nei vari ordinamenti giuridici, un piano di gestione ed auspicabilmente di sviluppo del pianeta. In questo contesto si sta affermando una nuova concezione del ruolo dell’impresa nella società moderna, nel senso di un più ampio riconoscimento delle sue responsabilità “etiche” verso la società in cui opera (v. la corporate social responsibility). L’adesione agli standards ESG conferisce uno status nei confronti della business community, dei clienti, dei fornitori, degli stakeholders in generale, dal quale si evince la volontà dell’organizzazione di rendere coerenti e “virtuose” una serie di scelte di breve e di lungo periodo.

E’ in questo solco che fa ingresso in alcuni ordinamenti giuridici la società benefit, che sulle orme della benefit corporation statunitense sta sempre più rappresentando la “terza via” tra la società di capitali e l’impresa sociale, affiancando così allo schema classico dello scopo di lucro (o mutualistico) tipico del fenomeno societario, lo scopo di “generale utilità”.

La SB è quella società di persone o di capitali che, pur mantenendo la finalità di generare utili e distribuire dividendi nell’esercizio di un’attività economica, aggiunge finalità di beneficio comune e opera “in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente, beni ed attività culturali e sociali, enti e associazioni ed altri portatori di interesse”. Il beneficio comune, incorporato nell’oggetto sociale, si sostanzia nel “perseguimento di uno o più effetti positivi, o la riduzione degli effetti negativi” nei confronti della collettività circostante (gli stakeholders sopra citati).

La finalità di beneficio comune si identifica con quelle che tradizionalmente si qualificano come esternalità marginali, che vengono qui incorporate nell’oggetto sociale così da misurare il valore sociale, ambientale o culturale generabile dall’attività d’impresa, coniugandolo con il mantenimento di risultati economici positivi.

Il beneficio comune consente di proteggere la mission della società in caso di aumenti di capitale e cambi nella governance, di creare maggiore flessibilità nel valutare i potenziali di vendita e di proteggere lo spirito d’impresa anche in caso di passaggi generazionali o quotazione in borsa. Non scordiamo che non si tratta di impresa sociale o di un’evoluzione del no-profit, bensì di una trasformazione positiva del modello dominante di impresa a scopo di lucro, così da renderlo più adeguato alle sfide e alle opportunità del mercato globale.

Del resto, il rapporto impresa/comunità in Italia non è affatto nuovo: il prof. Giulio Sapelli vi ha dedicato e vi dedica tuttora energie e passione costanti, e nella storia del capitalismo italiano abbiamo avuto esempi virtuosi di stakeholder capitalism come Adriano Olivetti, ma anche un ampio dibattito sulla qualifica di “etico” accostato allo strumento impresa.

Si pensi tra gli altri alla critica di Carlo De Matteo che stigmatizza la deriva etica del movimento di comunità “olivettiano”, che si sarebbe dato fini che trascendevano la dimensione produttiva, creando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe avuto bisogno di essere buono, con la conseguenza di eliminare la persona e la sua irriducibilità come unico soggetto valoriale e quindi l’impresa come esito operativo e dinamico di persone che si rapportano e operano.

La novità della SB va incardinata in un quadro regolatorio estremamente variegato, ma soprattutto dentro la crescente e pervasiva applicazione dei principi ESG. La SB può considerarsi un’evoluzione della cd. RSI (responsabilità sociale d’impresa), una forma di responsabilità su base volontaria, promossa e riconosciuta a livello di diritto comunitario nell’ultimo decennio e in continua evoluzione, volta a integrare diverse istanze ed interessi che abbiano una dimensione pubblica (sociale, ambientale, culturale, etc.).

Vista l’accelerazione di costituzione di SB nell’ultimo anno (ad oggi in Italia, poco più di un migliaio), è evidente che l’attenzione alla sostenibilità da parte delle imprese è marcata e costante, con effetti diretti sul tessuto produttivo, sulla supply chain ed auspicabilmente sul tessuto sociale.

Non si dimentichi tuttavia che dietro il termine sostenibilità si nascondono ancora retaggi ideologici tutt’altro che sopiti, radicati in un ecologismo critico e disfattista fondato su un’idea di ambientalismo/religione che richiama una visione avversa all’impresa, alla crescita (promuovendo la “decrescita felice”), alla proprietà e soprattutto all’uomo (considerato come “cancro del pianeta”) così ignorando l’ordine di natura. Pensiamo alla forte influenza culturale espressa alla fine degli anni 60’ dal Club di Roma, che fece previsioni puntualmente smentite dalla realtà dei fatti, e che talvolta ancor oggi propone soluzioni a problemi che ha contribuito a generare.

Per misurare l’impatto degli standards ESG nelle varie espressioni – fra le quali la SB – servirà tempo e sano realismo, senza dimenticare che la vera sostenibilità deve essere finalizzata al bene comune, ovvero alla messa a frutto della creatività, libertà e intelligenza dell’uomo nel saper cogliere le opportunità di questa delicata fase di transizione.

Avv. Riccardo Gotti Tedeschi

Buona estate a tutti!!!