Ed eccoci, dopo tre articoli che illustravano la situazione globale, a delineare la situazione dell’Unione Europea e dell’Italia.

Quale ruolo sta svolgendo l’Unione Europea? A ben vedere, oltre ad assecondare le decisioni degli Stati Uniti, a sfornare sanzioni a raffica ed a fornire armi “per la pace”, L’Unione Europea è una riunione di Paesi dove ognuno fa i propri interessi, ovviamente a discapito degli altri.

I cosiddetti Paesi frugali, contrari a qualsiasi aiuto che non sia a proprio favore, pensano solo ad attrarre aziende di altri Paesi offrendo loro tassazioni ridicolmente basse, tanto non avendo aziende proprie tutto ciò che “arraffano” è un guadagno netto.

Ricordiamo la FIAT, oggi Stellantis: la manodopera e gli stabilimenti produttivi italiani producono reddito per l’Olanda, ove il gruppo ha spostato la sede fiscale, ma la cassa integrazione l’incassa dall’Italia: in sostanza le risorse italiane le inviamo in Olanda, e l’Olanda ci fa anche la morale!

A pochi chilometri dal centro di Amsterdam, negli uffici di un’azienda specializzata nella domiciliazione di società, hanno sede quasi tremila imprese e transitano 5 trilioni di euro l’anno. Da Google a Uber, da eBay ai Rolling Stones, grandi gruppi e ingenti patrimoni personali hanno scelto il Paese dei Tulipani per insediare la propria sede legale.

Tra questi FCA ed Exor, la cassaforte di Casa Agnelli, e di recente pure Mediaforeurope, la nuova Mediaset europea che ha sede legale ad Amsterdam pur continuando a mantenere quelle fiscali di Mediaset e della controllante Fininvest in Italia

La Germania agisce in autonomia e si aiuta da sola, l’Ungheria continua a comprare gas e petrolio russo (a prezzo basso) perché deve far progredire la propria economia mentre noi abbiamo aderito convintamente all’embargo di petrolio e gas russo, lo compriamo da altre parti a prezzi decisamente più alti per seguire le direttive dell’Europa.

E siamo noi quelli che veniamo definiti in Europa come “quelli che fanno i furbi”?

Mi ricordo ancora quando ero Direttore Centrale in Banca Antonveneta e fummo acquistati dall’allora olandese gruppo Abn Amro…una sera portai a cena un alto dirigente del gruppo e dopo avergli sciolto la lingua con tanti bicchieri di buon vino veneto, gli chiesi cosa pensassero in Olanda degli italiani. La risposta, data con la solita educazione olandese (in Olanda sono estremamente, ma solo formalmente, educati) fu: “vi consideriamo come gli albanesi!” Ricordando la loro considerazione  degli albanesi, mi feci un bel quadro della situazione.

La speranza è che l’Europa decida di diventare veramente una Unione, dove il bene comune superi gli interessi di parte e si possa operare una politica veramente efficace che porti ad una pace fra i veri contendenti, senza affossare alcune Nazioni a discapito delle altre.

E una delle Nazioni in questo momento più fragili, purtroppo è l’Italia.

Per scelte del passato abbiamo abbandonato il nucleare, che comunque ritroviamo a ridosso dei nostri confini, ma col risultato che l’energia in Italia ha avuto un costo mediamente superiore del 10% rispetto agli altri Paesi Europei. Per far si che i nostri prodotti restassero competitivi sul mercato si è reso necessario ridurre altre componenti di spesa, tra cui stipendi e salari.

 Ogni tanto guidando per i nostri territori vedo cartelli che affermano orgogliosamente: “comune denuclearizzato”, ma siamo veramente certi che l’Italia sia denuclearizzata? Purtroppo così non è: nelle basi NATO site sul nostro territorio abbiamo un imponente arsenale nucleare e deve essere ben chiaro che questo è un  obiettivo militare. Infatti secondo le “linee guida – Gara DIU” del Comitato Nazionale della Croce Rossa Italiana è “obiettivo militare bene che per sua natura, ubicazione, destinazione o impiego contribuisce efficacemente all’azione militare e la cui distruzione, conquista o neutralizzazione offre, nel caso concreto, un vantaggio militare preciso”. Va da se cosa succederebbe se venisse bombardato un deposito di ordigni atomici.

Inoltre le politiche agricole favorite dall’Unione Europea ed accettate dai nostri Governi passati hanno reso l’Italia assolutamente dipendente dall’estero per quanto riguarda l’alimentazione.

Le statistiche evidenziano che l’Italia riesce a soddisfare i propri bisogni alimentari solo per quanto riguarda carni avicole e uova (ma non i mangimi); vino e acque minerali; riso (importiamo solo il 5%); latte e formaggi (importiamo il 6%) e ortofrutta trasformata (per la quale compriamo sui mercati internazionali il 16% delle materie prime)

L’Italia è però un Paese deficitario che importa addirittura il 64% del proprio fabbisogno di grano per la produzione di pane e biscotti e il 53% del mais di cui ha bisogno per l’alimentazione del bestiame, secondo l’analisi della Coldiretti.  Discorso analogo per altri prodotti, alcuni veri e propri simboli del Made in Italy. Uno di questi è la pasta (importiamo il 40% dei grani) e l’altro è l’olio d’oliva (il 60% del fabbisogno è coperto con prodotto estero). Ci sono poi le farine (ne importiamo il 45%), i prodotti da forno (28%), le conserve ittiche (95%), le carni preparate e i salumi (40%) e anche l’alimentazione animale (proviene da oltre confine il 65% dei mangimi). Infine, l’Italia è totalmente dipendente dall’estero per il caffè e il cioccolato.

 Il Presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, afferma: “Mi spiace che dalla politica sia venuta una grande banalizzazione del concetto di sovranità alimentare, teorizzata prima del Covid anche dalla Fao. Significa rafforzare la produzione agricola, riportando in produzione terreni agricoli abbandonati, non certo in una logica di sovranismo. Vogliamo rafforzare le filiere proprio per essere più competitivi sui mercati internazionali e avere una strategia per l’agroalimentare italiano, non andando avanti tamponando le emergenze”.

Alla dichiarazione del presidente di Coldiretti si affianca quella del Presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti:  “Noi siamo favorevoli al concetto di sovranità alimentare, se si riferisce alla necessità di garantire la sicurezza alimentare. Va però declinato a livello europeo per evitare che dalla crisi e dalla guerra ne escano rafforzati soltanto i Paesi che hanno minori costi per l’energia. Centrale resta in questa ottica la riforma PAC  (La Politica Agricola Comune rappresenta l’insieme delle regole che l’Unione europea, fin dalla sua nascita, si è data riconoscendo la centralità del comparto agricolo per uno sviluppo equo e stabile dei Paesi membri) che però non contempla la necessità di rafforzare il potenziale produttivo. Importante anche l’accesso ai mercati, ottimo per l’Italia”.

Queste parole sintetizzano perfettamente cosa dovrebbe fare l’Italia: imboccare la strada di uno sviluppo sostenibile che garantisca in primis i bisogni primari della popolazione, portando avanti le nostre idee con decisione assieme agli altri Paesi dell’Unione, che devono essere coinvolti e spronati nella giusta direzione, perché da soli non ne abbiamo la forza. Infine operare con impegno per far dialogare Gli Stati belligeranti affinchè si giunga alla pace. Non condivido il concetto di pace giusta. Nelle trattative ogni contendente deve restare con l’amaro in bocca per non aver ottenuto tutto quello che desiderava. Se tutti sono veramente soddisfatti è perché qualcuno pensa di aver “fregato” l’altro e prima o poi si ricomincia con la guerra, mentre se uno è soddisfatto e l’altro no, allora vuol dire che qualcuno ha vinto e l’altro ha perso.

Un’unica strada: lavorare per un’Italia più forte in una Europa veramente delle Nazioni e non degli Stati.

 A questo punto mi sembra doveroso riproporre un “mantra” che lo scorso anno utilizzavo sempre per terminare i miei articoli: “comprate beni italiani, prodotti da aziende che pagano le tasse in Italia, andate in ferie in Italia dove troverete mare, monti, laghi, storia e divertimento  e, infine,  utilizzate aziende di consulenza italiane: costano meno e sono migliori.”

Alla prossima.