di Piergiorgio Giuliani, vice direttore PLTV

La normativa europea ha obbligato il nostro sistema bancario a ripulire i bilanci dai crediti deteriorati.

Il sistema precedente, largamente discrezionale, permetteva alle banche di dedicare agli “accantonamenti” la parte di utili che poteva permettersi di mettere da parte. Purtroppo alcuni manager hanno abusato di questo sistema discrezionale per far figurare utili fittizi.

Popolare di Vicenza, Banca delle Marche, Monte dei Paschi di Siena, solo per citarne alcune, alla fine sono cadute anche per aver tenuto in vita crediti inesigibili.

Da ciò è derivato l’intervento della Comunità Europea che ha imposto regole sempre più stringenti sugli accantonamenti, fino ad obbligare le banche a cedere quella parte di crediti inesigibili, gli NPL, per “pulire” i bilanci e riportare in equilibrio le poste patrimoniali del bilancio.

Una cura pesantissima perché non avendo creato l’Italia una bad bank in cui farli confluire, quando ancora le leggi europee lo permettevano, le banche hanno dovuto svendere questi crediti a società, spesso non italiane, con pesanti ripercussioni sui patrimoni e sui conti economici delle stesse.

La Germania ad esempio, la sua bad bank se l’è costituita, casualmente prima dell’emanazione delle regole restrittive. A noi sono restati gli interlocutori esteri a cui svendere i nostri crediti deteriorati: un salasso di denaro che dall’Italia è andato all’estero.

Le regole europee continuano a stringere il sistema bancario, diminuendo sempre di più la discrezionalità che anche il più accorto dei banchieri deve poter avere per gestire il proprio istituto nel modo migliore.

La pandemia sta aggravando la situazione in maniera subdola. Lo Stato italiano ha garantito una quantità incredibile di denaro dato alle aziende dal sistema bancario per cercare di superare il periodo di crisi.

Le aziende hanno avuto il denaro, le banche sembrano rischiare poco o nulla, lo Stato non ha erogato direttamente denaro che avrebbe appesantito le nostre asfittiche finanze pubbliche e aumentato il debito pubblico (a questo dedicherò il prossimo articolo).

Alla fine tutti sembrano soddisfatti e nessuno ci sembra ci abbia rimesso.

Il sistema sta vivendo come in una bolla temporale in cui tutto si è fermato, ma fra un paio di anni il tempo ricomincerà a scorrere e si riprenderà quello che non si è preso finora.

Il grosso problema a cui è necessario porre subito riparo è rappresentato dai crediti deteriorati che si creeranno quando le aziende, finite le moratorie, finito il periodo di sospensione delle rate di rimborso dei prestiti ricevuti, finito il periodo della cassa integrazione, dovranno di nuovo competere sul mercato e alcune dovranno chiudere i battenti.

A quel punto i finanziamenti ricevuti non potranno essere rimborsati e le banche si troveranno di nuovo nella necessità di svendere i loro crediti deteriorati, con una ulteriore emorragia di denaro italiano verso l’estero.

Per la parte garantita dall’intervento statale non avranno ripercussioni perché lo stato italiano le rifonderà (e purtroppo il debito pubblico aumenterà ancora di più), ma per la parte non garantita, quei crediti concessi prima che la pandemia imperversasse, questa ricadrà inesorabilmente sui bilanci.

Moody’s ci dà la misura del lavoro fatto. I crediti deteriorati che nel 2015 erano il 17%, nel 2020 sono scesi al 4,1%. Tuttavia una stima fatta da Banca Ifis predice che gli NPE che nel 2020 si erano attestati a 340 miliardi di euro, nel 2022 saliranno alla cifra record di 441 miliardi.

Un sistema bancario in difficoltà farà fatica a sostenere l’imprenditoria.

Questo è il rischio concreto che potremmo correre, ma intervenendo immediatamente c’è il tempo per porvi rimedio. Gli strumenti ci sono: le aziende devono ristrutturarsi in maniera efficiente, le banche devono coprire i crediti concessi con lo strumento delle garanzie reali, lo Stato impegnarsi in politiche di crescita reale del paese, di efficientamento della macchina burocratica e, soprattutto, riportare in Italia le aziende italiane anche con politiche di sconti fiscali da applicare caso per caso.

Una volta c’era la FIAT che, da sola e con il proprio indotto partecipava circa al 10% del Pil e pagava le tasse in Italia, adesso c’è Stellantis, partecipa al Pil per circa il 4% e le tasse le paga all’estero. Però il tempo scorre.