di Piergiorgio Giuliani, vice direttore PLTV

La guerra in Ucraina viene combattuta con gli eserciti e con l’informazione.

Mentre l’informazione di ogni parte coinvolta nella guerra in Ucraina divide il mondo in “buoni” e “cattivi”, dove le parti si invertono secondo i media dei vari Paesi, vi è una sola certezza: i civili ucraini e i soldati degli eserciti combattenti muoiono. Pedine sul tavolo di un Risiko cinico e spietato.

Oggi tocca agli ucraini, ieri agli afghani, domani chissà.

I telegiornali nazionali adesso hanno dimenticato il covid e pensano solo alla guerra in Ucraina. Purtroppo stiamo dando ampia visibilità a questo conflitto perché vicino a noi, ma altro non è che un’altra mossa di risiko: oggi i carrarmatini rossi attaccano l’Ucraina, ieri i carrarmatini neri attaccavano l’Afghanistan.

Che profonda tristezza! L’Homo Sapiens, nonostante il passare dei secoli, continua solo a pensare alla guerra.

Scusate l’amarezza, ma prima di passare ad una analisi geopolitica, per forza di cose semplificata per lo spazio disponibile, mi premeva ricordare a tutti coloro che discettano di scenari, che chi ha perso sono solo e sempre le persone comuni, che vestano o meno un’uniforme.

La narrazione generale che viene fatta dai nostri media è che la Russia ha invaso l’Ucraina, ma le sanzioni messe in atto dall’Occidente la metteranno in ginocchio e ne uscirà malconcia.

Lo scenario non è assolutamente corretto: la Russia non ne uscirà malconcia: probabilmente chi ci rimetterà sarà l’Europa e l’Italia ne soffrirà più di tutte.

La Russia ha una economia che si sostiene ampiamente al proprio interno. Ha materie prime, ha cibo di “base” a sufficienza e, annettendo l’Ucraina, il cibo aumenterà ancora di più.

Molti brand hanno chiuso i battenti in Russia: Coca Cola, McDonald, Ferrari, Lamborghini e tanti altri.

Però i Russi possono fare a meno di bere Coca Cola, viaggiare in Ferrari (al massimo, se proprio lo desiderano, le vanno a comprare a Dubai e se le portano a casa), mentre noi non possiamo fare a meno di grano, fertilizzanti, gas, petrolio e minerali vari.

La globalizzazione ha portato a pensare che sia più conveniente la specializzazione produttiva rispetto ad una visione di locale autosufficienza.

Russia e Cina hanno ragionato al contrario: prima si pensi all’autosufficienza, poi al commercio internazionale.

La Russia ha un debito pubblico ridicolo rispetto ai paesi occidentali: circa il 14% del Pil. Da ciò deriva che i mercati finanziari hanno una scarsa influenza sugli equilibri sociali e politici delle loro Nazione. E questo doveva essere chiaro a tutti i cosiddetti analisti che davano la Russia in default e che non avrebbe potuto pagare gli interessi sui loro bond in scadenza. Ma come si fa ad immaginare che la Russia che prima dell’aumento del prezzo del gas incassava dall’Occidente 900 milioni di dollari al giorno per forniture di gas e oggi ne incassa 1.500 milioni, non fosse in grado di pagarne meno di 200 milioni? Con buona pace degli analisti e delle società di rating, la Russia ha pagato alla scadenza, senza neppure dover ricorrere ai trenta giorni di moratoria previsti contrattualmente.

La Russia esporta materie prime, quelle che eccedono il loro consumo. Noi le importiamo per produrre, spesso, beni di lusso e non necessari per la sussistenza.

Vorrei ricordare che in Italia solo il 2,2% del PIL deriva dall’agricoltura: quando andiamo a fare la spesa, molti degli alimenti che compriamo vengono dall’estero. Russia ed Ucraina sono tra i principali esportatori mondiali di grano e mais.

In compenso, in nome della globalizzazione, molte nostre produzioni agricole non vengono neppure raccolte perché più conveniente comprarle all’estero e molti terreni restano incolti, quando potrebbero essere sfruttati per produrre cibi sani e dare lavoro a tanti giovani.

Il mercato dei minerali è stato lasciato in mano alla Russia ed alla Cina. L’ultimo vasto paese ricchissimo di minerali e terre rare (necessarie per tutti i prodotti elettronici), L’Afghanistan, lo abbiamo praticamente “regalato” a Russia e Cina, come ebbi a scrivere quasi un anno fa.

Riassumendo: Cina e Russia hanno quello che all’Occidente serve per produrre beni ad alto valore tecnologico e per “mangiare”. Se non ci vendono quei beni, noi non possiamo produrre e le nostre “pance” rischiano di restare vuote. Nel contempo loro possono tranquillamente vivere con quello che hanno. Se non possono bere la Coca Cola se ne faranno una ragione e berranno la Kvass, ottima bevanda citata anche da Tolstoy e Pushkin.

Che fare? La politica economica dell’Europa va ripensata. Anche il PNRR, stilato alcuni mesi fa, non è più attuale, anche solo per i business plan: i prezzi delle materie prime vanno rivisti ed aumentati. Alla fine del conflitto i prezzi non ritorneranno quelli di prima e saranno più elevati. Infatti comprare, ad esempio, il gas da altri paesi è più costoso rispetto a quello praticato fino a poco tempo fa dalla Russia.

Come ebbi a scrivere tempo fa, è tempo di una economia glocal, che prenda il posto della globalizzazione.

Il ritorno ad una sana forma di autarchia è indispensabile, soprattutto per l’Italia che ha un debito pubblico troppo alto da sostenere e, nel futuro, peggiorerà ancora di più: dovremo sostenere spese per riarmarci (non sono d’accordo, ma si deciderà in questo senso), per sostenere l’ondata dei profughi che, purtroppo, non sono vaccinati e per supportare i cittadini italiani che resteranno vittime dell’inflazione.

Intanto ognuno di noi può cominciare a fare qualcosa: io ho già ridotto il riscaldamento di casa di 2 gradi, vado a letto un’ora prima e quindi spengo le luci prima, cerco di prendere l’auto il meno possibile e privilegio i mezzi pubblici. Al supermercato compro solo prodotti italiani e se qualcosa non è prodotto in Italia, ne faccio a meno. Le prossime ferie le farò in Italia.

Alla prossima.