a cura di Piergiorgio Giuliani, vice direttore PLTV

Poco tempo fa scrissi che si stava appalesando il rischio della stagflazione, cioè della stagnazione economica accompagnata dall’inflazione.

Mentre la stagnazione viene mascherata dal rimbalzo dovuto alla riapertura alla libera circolazione di beni e persone, l’inflazione si sta evidenziando in tutta la sua crudezza.

Esistono due tipi di inflazione: quella rilevata, spesso mascherata dalla scelta di quali beni mettere nel “paniere”, e quella percepita, quella che tutti noi sopportiamo tutti i giorni andando a fare la spesa o, nel caso di aziende, nell’acquisto dei materiali necessari alla produzione.

Per fare un esempio l’inflazione rilevata è del 5,7%, mentre se guardiamo al nostro carrello della spesa, vediamo che i beni energetici sono aumentati del 45,9%, la farina del 10%, la pasta del 13%, il burro del 17,4%, per non parlare di benzina e gasolio.

Un metodo subdolo per far si che i consumatori non si accorgano di un aumento dei prezzi è connesso al packaging. Negli Stati Uniti è ormai una prassi consolidata quella di diminuire il contenuto di una confezione di prodotto: il consumatore, ad esempio, acquista una confezione di pasta ma invece dei 500 grammi di contenuto, ve ne sono solo 400 grammi. Sull’etichetta della confezione risulta correttamente il peso di 400 grammi, ma pochi vi prestano attenzione: una scatola di pasta è una scatola di pasta.

Questo “trucchetto” è conosciuto col termine di shrinkflation, ancora una volta un termine anglosassone, crasi del verbo ‘shrink’, restringere, e di inflation, inflazione, per dare una definizione a un fenomeno ormai diffuso in mezzo mondo.

L’esempio classico è il sacchetto di patatine con 5/10 patatine in meno rispetto a quello venduto solo pochi giorni prima, oppure le confezioni di detersivo: stesse dimensioni, ma contenuto inferiore. E’ la nuova strategia delle multinazionali: un modo per risparmiare materia prima senza che il consumatore se ne accorga, ma riversando comunque indirettamente su chi compra il costo dei rincari.

Quindi non guardate il prezzo della confezione, ma il costo del prodotto al chilo o al litro.

A questo trucchetto, purtroppo se ne aggiunge un altro, più insidioso e meno riconoscibile. Troppo spesso le multinazionali producono un bene con lo stesso nome commerciale ma, per i paesi meno attenti dal punto di vista della composizione delle materie prime utilizzate o di quelle vietate, utilizzano differenti ingredienti, che hanno costi inferiori. Poi con “triangolazioni” attentamente studiate, fanno arrivare sugli scaffali italiani i prodotti più scadenti. Il nome commerciale è lo stesso, ma la qualità decisamente inferiore.

Quando l’economia entra in crisi purtroppo chi ci rimette sono sempre i consumatori finali e il valore di stipendi e salari si riduce in maniera consistente.

E qui ritorna il concetto che espressi alcuni articoli fa: l’economia basata sulla globalizzazione è valida dal punto di vista teorico. Dal punto di vista pratico dipende troppo dagli “umori” politici di chi detiene il potere finanziario e, purtroppo, delle armi e considerando che la natura umana è troppo difficile da cambiare, è necessario cambiare le regole: la globalizzazione, teoricamente perfetta ma praticamente imperfetta, deve essere sostituita dall’ economia glocal.

Glocal non vuol dire ritorno all’autarchia, ma è “il verificarsi simultaneo di tendenze sia universalizzanti che particolarizzanti nei sistemi sociali, politici ed economici contemporanei…rappresenta una sfida alle concezioni semplicistiche dei processi di globalizzazione come espansioni lineari di scale territoriali. La glocalizzazione indica che la crescente importanza dei livelli continentale e globale si sta verificando insieme alla crescente rilevanza dei livelli locale e regionale“, come scrive il Professor Joachim Blatter dell’Università di Lucerna nell’ Enciclopedia Britannica.

Un esempio è dato dal Giappone.

In ogni caso ognuno di noi può cominciare a fare qualcosa senza mettere la testa sotto la sabbia e lasciare che siano “gli altri” a risolvere i problemi: possiamo immediatamente operare concretamente,  comprando beni italiani, prodotti da aziende che pagano le tasse in Italia, andando in ferie in Italia che ha mare, monti, laghi,  storia e il divertimento impagabili e, infine,  utilizzando aziende di consulenza italiane: costano meno e sono migliori.

Alla prossima.