di Piergiorgio Giuliani, vice direttore PLTV

Abbiamo perso l’abitudine ad informarci adeguatamente su ciò che ci viene raccontato. Il neuromarketing ha evidenziato le conseguenze di ciò: soprattutto due bias spiegano bene ciò che sta accadendo.

L’euristica della disponibilità afferma che l’individuo prende decisioni non basate su prove tangibili, ma sulle informazioni disponibili, spesso insufficienti e fuorvianti.

Il bias di salienza, strettamente collegato all’euristica della disponibilità, consiste nell’errore di dare maggiore importanza alle informazioni più visibili o più frequenti.

Con questi presupposti, in Parlamento si discute sul “reddito di cittadinanza”, contrapponendo chi lo difende a spada tratta e chi non lo vuole. Probabilmente verrà mantenuto ma con restrizioni maggiori per l’accesso al sussidio.

Il problema è che queste due visioni non entrano nel merito della questione, limitandosi a definire, ampliandola o restringendola, la platea cui il sussidio deve essere erogato.

In un mio articolo precedente avevo già affrontato, seppur marginalmente essendo incentrato su un altro argomento, la questione: permettetemi di fare un rapido riassunto sulle parti interessate.

Nel 1960 su 50 milioni di abitanti (In Italia), la popolazione attiva nel mondo del lavoro era di 20 milioni. Questi, numeri alla mano, dovevano mantenere 30 milioni di altri Italiani: per lo più figli e nonni (i pensionati).

Oggi, con 59 milioni di Italiani, la parte attiva è composta da 25 milioni di occupati che devono mantenere se stessi ed altri 34 milioni di concittadini.

In sostanza nel 1960 doveva essere mantenuto dai lavoratori il 60% degli italiani, adesso il 57,6%. Seppur lieve, ma c’è stato un miglioramento del rapporto.

La differenza è che in questi 60 anni sono diminuiti i figli ed aumentati i pensionati. Quindi è aumentato il trasferimento di risorse che dall’interno delle famiglie arriva ai non occupati attraverso lo Stato. Ovviamente, mentre il trasferimento di reddito all’interno delle famiglie arriva ai figli tramite la famosa “paghetta” decisa dai genitori, per i trasferimenti all’interno della società la decisione spetta alla politica.

Quindi nel corso degli anni la pressione fiscale è aumentata, determinando così che non sono più le famiglie ad occuparsi di figli e disoccupati, ma è lo Stato che si è sostituito a loro.

Fatta questa premessa, vorrei richiamare il significato delle parole e quello che la costituzione afferma:

  • reddito L’utile che viene dall’esercizio di un mestiere, di una professione, di un’industria, da un qualsiasi impiego di capitale (Enciclopedia Treccani);
  • cittadinanza Condizione di appartenenza di un individuo a uno Stato, con i diritti e i doveri che tale relazione comporta (Enciclopedia Treccani);

Art. 1 della Costituzione Italiana

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

Art. 4 della Costituzione Italiana

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

Detto questo si evince chiaramente che parlare di “reddito di cittadinanza” è assolutamente fuorviante.

Il reddito si produce col lavoro ed è un diritto/dovere dei cittadini lavorare e la Repubblica deve favorire il lavoro, affinchè tutti i cittadini vi si applichino per il beneficio di tutti.

Quello che adesso viene chiamato “reddito di cittadinanza” non è assolutamente un reddito di cittadinanza, ma un sussidio ad un determinato insieme di persone.

Per renderlo un vero “reddito di cittadinanza” manca un particolare importante: il LAVORO!

Vogliamo utilizzare le parole per il loro vero significato e rispettare la Costituzione? Allora aggiungiamo il lavoro a questo sussidio: ogni percettore dovrà svolgere quelli che un tempo si chiamavano “lavori socialmente utili”, quelli che al tempo della leva obbligatoria erano svolti dagli obiettori di coscienza: assistere i diversamente abili, gli anziani, occuparsi della manutenzione dei beni pubblici e via dicendo.

Così facendo il denaro delle nostre tasse non prenderà strade improduttive ma darà dignità ai percettori del vero “reddito di cittadinanza”, impedirà tante truffe ai danni dell’INPS, aumenterà il benessere della collettività ed innalzerà il PIL…e ne abbiamo bisogno.

E tornando al PIL, in chiusura vi annoierò col mio solito invito: comprate beni italiani, prodotti da aziende che pagano le tasse in Italia, andate in ferie in Italia dove troverete mare, monti, laghi, storia e divertimento  e, infine,  utilizzate aziende di consulenza italiane: costano meno e sono migliori.

Alla prossima.