di Piergiorgio Giuliani, vice direttore PLTV

Nell’articolo della settimana scorsa ho trattato del problema incombente di una nuova impennata dei crediti deteriorati.

Questa settimana voglio affrontare il discorso del debito pubblico italiano.

Gli argomenti possono apparire slegati fra loro, ma il nesso è strettissimo: infatti una parte consistente dei crediti deteriorati, che si andranno ad evidenziare nei prossimi anni, sono garantiti dallo Stato per il tramite del Medio Credito Centrale e quindi confluiranno nel  debito pubblico.

Il valore assoluto del debito pubblico non è un indicatore di per sé interessante, quanto piuttosto lo è il rapporto fra lo stesso e il Prodotto Interno Lordo.

Il rapporto debito pubblico PIL si è deteriorato in Italia nel periodo che va dal 1981 al 1994. In questo lasso di tempo il rapporto è passato dal 60% al 120%. Nel 1981 Il Ministro del Tesoro Andreatta ed il Governatore di Banca d’Italia Ciampi, loro malgrado,  “divorziarono” dal rapporto che faceva si che Banca d’Italia acquistasse i titoli di stato inoptati in sede di collocamento. A quel punto i tassi di interesse riconosciuti sulle emissioni dei titoli di Stato, che fino a quel momento erano in linea o spesso inferiori al tasso di inflazione, superarono tale indice contribuendo all’aumento del rapporto debito/PIL.

Fino ad un paio di anni fa tale rapporto ha oscillato fra il 100% e il 130%, ma a fine 2020, complici la pandemia che ha fatto precipitare il PIL e i vari “Ristori” che hanno inciso pesantemente sulle casse dello Stato, si è attestato al 160%.  Tanto per dare un ordine di grandezza questo è il record storico italiano, raggiunto solo nel 1921 per finanziare la ricostruzione dopo la prima guerra mondiale. Nemmeno con la crisi del 1929 e la ricostruzione seguita alla seconda guerra mondiale si è raggiunto questo poco invidiabile record. Ma che importa: gli imperatori romani avevano la ricetta giusta che è sempre valida: “panem et circenses”: finchè c’è il reddito di cittadinanza ed il calcio in televisione nessun problema ci tocca.

E poi l’Europa ci riempie di denaro e le stime dell’ISTAT affermano che il PIL di quest’anno aumenterà del 4,7% e il prossimo anno del 4,4%…quanto oro, ma non luccica!

Infatti l’aumento del PIL dipenderà in gran parte dall’esecuzione delle opere previste dal PPNR, finanziato col denaro della Comunità Europea, che ovviamente andrà in buona parte restituito.

Perciò la scommessa per essere vinta deve far si che la realizzazione di queste opere siano capaci di far aumentare la produttività delle aziende italiane, perché è questo il PIL che resterà dopo l’effetto dopante dei prossimi due anni derivante dalla realizzazione delle opere pubbliche e che servirà a ripagare i denari che ci sono stati prestati.

In ogni caso un effetto importante è già stato realizzato: si è avviato il processo di trasferimento del debito pubblico dai singoli Stati all’Europa. Un processo dal quale non si può tornare indietro che porterà inevitabilmente anche ad un trasferimento di parte della sovranità degli Stati alla stessa Europa. Diventa quindi fondamentale che la qualità dei nostri rappresentanti in Europa vada verso l’eccellenza.

La sfida dunque sta nella realizzazione di opere strutturali che aumentino la produzione di ricchezza e di riforme che agevolino questo cambiamento.

Un tassello importante in questo grande puzzle riguarda banche e assicurazioni: le prime dovranno irrobustirsi per reggere i crediti deteriorati che arriveranno e per dare linfa vitale alle aziende, senza però dimenticare che il 97% delle nostre aziende sono piccole e vanno accompagnate nel loro percorso operativo con logiche diverse da quelle delle grandi società. Le assicurazioni dovranno sviluppare nuovi prodotti per rendere sicure le aziende, lasciandole libere di concentrarsi sul loro business.

Prima esisteva l’economia locale, poi l’economia globale, adesso è arrivato il tempo della Glocal Economy (Global Markets, Local Creativity).