I primi «Monte pegni» furono istituti dai francescani nel XV secolo per contrastare la già allora dilagante usura; poi tutte le banche li hanno praticati nei secoli.

Oggi molte banche vivono ancora dell’eredità di quelle practice. Si contano almeno 40 banche attive in questo segmento, con indici di crescita molto importati e un tasso di sofferenza inferiore al 7% e solo circa il 3% dei “tesori” passano poi all’asta.

Il meccanismo del pegno è il seguente: è sufficiente consegnare un documento di identità ed il codice fiscale, e portare con sé l’oggetto di valore da impegnare. L’erogazione avviene immediatamente dopo che il perito estimatore allo sportello effettua una stima del bene che si vuole impegnare. A fronte del credito viene consegnato il contratto, detto tecnicamente polizza di pegno, che consentirà al proprietario di riscattare il bene impegnato al termine del periodo di prestito.

Il proprietario non perde quindi definitivamente il proprio bene ed è libero in futuro di riappropriarsene riscattandolo.
 Ma l’eticità di tale prodotto prevede anche un rinnovo, sino ad un massimo di un anno, previo pagamento della quota interesse. Volendo fare un esempio pratico, per rinnovare un prestito da € 1.000 di ulteriori sei mesi basta versare la somma di € 80. Circa € 13 al mese, quindi un tasso minimo.

Cooperfin, istituto ad azionariato diffuso autorizzato e vigilato dalla Banca d’Italia, è uno degli operatori più attivi e innovativi del settore.
Ha infatti industrializzato il processo di erogazione con l’ausilio della piattaforma informatica Pegnonline, e il lancio di una carta di pagamento internazionale CooperPay, realizzata in partnership commerciale con Cabel su autorizzazione del circuito internazionale Mastercard.