banca-italia* Estratto da intervento di Salvatore Rossi.

La tutela costituzionale del risparmio si fonda su una concezione molto antica, secondo cui la parsimoniosità dei singoli è una virtù civile. L’idea era, ed è, che l’intera collettività guadagna se quella virtù è diffusa. Dunque, l’attitudine a risparmiare va incoraggiata e tutelata. Il beneficio sociale del risparmio si ottiene però se questo viene investito. Il risparmio in sé, cioè̀ l’atto di chi conserva il peculio sottoterra in attesa del giorno in cui gli servirà̀, non è granché́ utile al singolo: trasla nel tempo il potere d’acquisto, non lo accresce, anzi forse lo deteriora; non è utile alla società̀.

Viceversa, se ciascuno investe proficuamente il proprio risparmio prestandolo a un altro soggetto, ne moltiplica sia l’utilità̀ personale, essendo l’investimento premiato da un rendimento, sia l’utilità̀ sociale, perché́ beneficia due soggetti anziché́ uno, gettando le basi di uno sviluppo di tutta la società̀. Ciò è vero soprattutto se chi riceve in prestito il risparmio altrui lo impiega, direttamente o indirettamente, per accrescere la capacità produttiva dell’economia. Non a caso la nostra Costituzione tutela il risparmio in tutte le sue forme (art. 47.1), una norma programmatica di particolare importanza nella storia della Repubblica.

Affinché il risparmio non sia scoraggiato, l’investitore finanziario deve poter ottenere un giusto rendimento reale dal suo patrimonio, nutrendo una ragionevole fiducia nella stabilità del suo valore e nella restituzione a scadenza. Possono le autorità pubbliche garantire in maniera assoluta al risparmiatore questi risultati? Ovviamente no, non in un’economia di mercato. Se l’economia e il mercato sono liberi, un investimento finanziario è rischioso per definizione. Ma allora in che consiste la tutela pubblica?

Ricordiamo che un risparmiatore che voglia investire le sue sostanze può decidere se affidarle a un intermediario, oppure impiegarle direttamente in strumenti di debito o di capitale emessi da un’impresa e acquistati su un mercato. In Italia la prima modalità è ancora largamente prevalente. La tutela pubblica del risparmiatore passa quindi attraverso la regolazione e la supervisione sia dell’attività degli intermediari finanziari, sia di quella degli emittenti di strumenti finanziari (obbligazioni e azioni), sia del funzionamento delle piattaforme di mercato.

In linea generale, sono due le forme di tutela: di stabilità e di correttezza/trasparenza.

La prima (stabilità) muove dal presupposto che la miglior tutela possibile per un risparmiatore che affidi il suo denaro a un intermediario finanziario sia di renderlo ragionevolmente tranquillo che quell’intermediario è gestito in modo sano e prudente.

La seconda (correttezza/trasparenza) protegge ad esempio il risparmiatore che investe direttamente in un’impresa, senza intermediazioni: il risparmiatore va tutelato non già̀ dal rischio d’impresa, che è connaturato a quel tipo d’investimento, ma dal ritrovarsi in mano strumenti diversi da quelli che pensava di avere acquistato, o dall’avere prestato soldi a un’impresa su cui non gli era stata offerta tutta l’informazione rilevante…

…in un paese come l’Italia, in cui molte banche cosiddette “del territorio”, soprattutto cooperative, hanno tradizionalmente collocato le proprie azioni e obbligazioni in misura cospicua al dettaglio, fra risparmiatori piccoli o medi, questa novità̀ normativa fa nascere due esigenze. Da un lato, chi fa un investimento finanziario deve innalzare il suo livello di consapevolezza nella intrinseca, ineliminabile rischiosità̀ di un titolo obbligazionario o azionario, anche quando a emetterlo è la “sua” banca, quella della sua città, di cui si è sempre fidato. Dall’altro lato, le autorità̀ pubbliche devono innalzare il livello di tutela diretta nei confronti dei piccoli e piccolissimi risparmiatori, la cui “educazione finanziaria”, pur necessaria, non sarà̀ né breve né facile.

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