I confidi sono numerosi, presentano volumi di attività nel complesso non elevati, la loro operatività è concentrata negli intermediari più grandi, attivi prevalentemente nel centro-nord del Paese.

Al 30 giugno 2014, 61 confidi risultavano iscritti nell’elenco speciale ex art. 107 TUB, e quindi sottoposti a vigilanza della Banca d’Italia (“confidi vigilati”); 495 “confidi minori”, non vigilati dalla Banca d’Italia, erano iscritti nell’apposita sezione dell’elenco generale di cui all’articolo 155, comma 4, TUB.

La distribuzione geografica sul territorio nazionale riflette il tessuto imprenditoriale del paese: la grande maggioranza dei confidi vigilati risulta insediata nelle regioni settentrionali (63%), prevalentemente in Lombardia e in Veneto, e in quelle centrali (24%). Di converso, più della metà dei confidi minori è insediata in regioni meridionali e insulari.

La concentrazione del comparto dei confidi risulta ancor più evidente se si guardano i dati relativi al mercato complessivo delle garanzie collettive fidi: dai dati della Centrale dei rischi emerge che oltre il 75% del totale delle garanzie in essere è riconducibile ai confidi vigilati. Il mercato è concentrato anche nell’ambito dei soli confidi vigilati: un terzo del volume complessivo delle garanzie rilasciate fa capo a due operatori che intermediano importi superiori al miliardo di Euro.

I primi cinque confidi detengono una quota di mercato pari a oltre il 50%.

I profili tecnici del comparto dei confidi vigilati sono caratterizzati da alcuni elementi di debolezza e segnali di crescente anomalia.

Alla fine del 2013, le garanzie deteriorate (sofferenze, incagli, ristrutturati, esposizioni scadute deteriorate) rappresentano complessivamente più di un quarto delle garanzie rilasciate e l’incidenza delle sole sofferenze si attesta al 15%. Dal confronto temporale dei dati a campione costante risulta un sostenuto incremento della rischiosità (aumentata del 45% rispetto al 2012).

L’azione di vigilanza ha consentito di accertare come, a parte l’attuale contesto economico, altri fattori incidono in maniera strutturale sull’elevato costo del rischio. La mancata adozione di adeguati strumenti di selezione e monitoraggio della clientela pregiudica, talvolta, il conseguimento dell’efficienza allocativa. Abbiamo inoltre riscontrato la diffusa tendenza a sostenere comunque l’accesso al credito delle imprese socie, indipendentemente dall’esito della valutazione del merito di credito delle stesse; le analisi condotte in fase istruttoria, infatti, non sempre indirizzano le decisioni di affidamento.

La redditività è debole e caratterizzata da squilibri strutturali: il risultato economico netto complessivo del 2013 è stato negativo: in base ai dati definitivi e recentemente aggiornati 43 confidi vigilati su 60 (rappresentativi del 70% del totale attivo e delle garanzie del sistema dei confidi vigilati) hanno chiuso il bilancio con una perdita che complessivamente è pari a quasi 148 milioni di Euro, l’11,6% del patrimonio a fini di vigilanza.

I restanti operatori hanno realizzato un utile complessivo pari a circa 25 milioni di Euro. I risultati economici sono in peggioramento rispetto al 2012, anno in cui 32 confidi vigilati su 57 avevano chiuso l’esercizio in perdita. Lo strutturale squilibrio economico è misurato dal rapporto, eccessivamente elevato, tra i costi operativi e il rendimento lordo dell’operatività tipica (margine d’intermediazione), pari in media al 77% e in alcuni casi superiore al 100% (nei confidi vigilati insediati nelle regioni meridionali). Le spese per il personale rappresentano il 52% dei costi operativi complessivi, in un contesto di bassi indicatori di produttività. Le commissioni nette percepite risultano nell’attuale fase di mercato non adeguatamente correlate alla rischiosità delle garanzie rilasciate. La somma delle commissioni e del rendimento dell’attivo fruttifero è peraltro assorbita in misura rilevante dai costi operativi e, in assenza di un costante afflusso di contributi pubblici, non riuscirebbe a coprire il costo del rischio creditizio neanche in fasi favorevoli del ciclo economico.

Per migliorare la redditività occorre incidere sia sui costi operativi sia sui ricavi, intervenendo da un lato sulla gestione dell’attivo patrimoniale, frequentemente investito in immobili non strumentali che apportano un reddito nullo o negativo e non contribuiscono alla gestione della liquidità, dall’altro su una parziale diversificazione dei servizi offerti alla clientela.

La scarsa efficienza della gestione appare, infine, ascrivibile anche alla ridotta dimensione aziendale e ai limiti della governance, che ostacolano il perseguimento di adeguate condizioni di efficienza tecnica.

I risultati economici si riflettono sulla situazione patrimoniale degli intermediari. A fine 2013, il livello di patrimonializzazione, ancorché in media ancora adeguato a fronteggiare i rischi assunti (il total capital ratio è pari a oltre il 14% a fronte di un requisito patrimoniale pari al 6%), appare significativamente disomogeneo. In conclusione, la situazione di anomalia dei profili tecnici come emerge dai controlli di vigilanza non è riconducibile solo al perdurare dell’andamento negativo del ciclo economico. Altri fattori incidono sulle difficoltà attraversate dal comparto: l’incremento dei costi operativi, il progressivo inaridirsi delle risorse pubbliche tradizionalmente assegnate a questi intermediari a sostegno delle economie territoriali (contributi delle Regioni e delle Camere di commercio), carenze gestionali e nel sistema di governo e controllo.

La vigilanza della Banca d’Italia sui confidi si svolge attraverso controlli a distanza e ispettivi. Nell’ultimo periodo, si è focalizzata sull’esposizione al rischio di credito, sull’adeguatezza qualitativa e quantitativa della dotazione patrimoniale e sui profili di redditività.

fonte: Audizione di Andrea Pilati al Senato sulla delega al Governo per la riforma del sistema dei confidi