Dai Mutui agli NPL, trappola del Debito per le Famiglie UE

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PLTV riporta articolo di Chiara Bussi pubblicato sul Sole 24 Ore

La crisi ha portato a un aumento delle esposizioni: otto indicatori per misurare il livello di stress.

Per una volta l’Italia fa meglio della Germania e si distingue dal resto della Zona euro, almeno in apparenza. Stiamo parlando del debito delle famiglie rispetto al Pil che oggi, secondo gli ultimi dati confrontabili, vale circa il 42% contro il 53% di quello tedesco e poco meno del 60% dell’area della moneta unica. La sua fama viene spesso offuscata dal “cugino” più noto, il debito pubblico, ma il suo andamento viene tenuto costantemente d’occhio dalla Commissione Ue (insieme al debito delle imprese) per elaborare le raccomandazioni di politica economica per ogni Paese. “Con lo scoppio della crisi – fa notare Fedele De Novellis, economista senior di Ref Ricerche – l’indebitamento delle famiglie si è rivelato una variabile sempre più rilevante per misurare lo stato di salute dell’economia e di sempre maggior rilievo anche per la politica monetaria della Bce”.

Costruire questo termometro non è però semplice, perché oltre all’andamento rispetto al Pil si compone di numerose variabili, piccoli tasselli che insieme aiutano a tracciare l’identikit delle famiglie sotto stress e la qualità dei debiti contratti. Il Sole 24 Ore ci ha provato, raccogliendo più indizi da fonti diverse su otto Paesi dell’Eurozona.
Dati alla mano si scopre così che dal 2007 ad oggi, ad eccezione della Germania, il debito delle famiglie rispetto al Pil ha registrato un aumento. Il livello più alto, pari al 107,5%, circa un terzo del debito totale, è in Olanda, seguita da Portogallo (72%) e Spagna (63%), quello più basso, come detto, proprio nel nostro Paese. Di pari passo anche il credito erogato in Italia rispetto al reddito è all’ultimo posto tra i Paesi considerati, così come la quota di famiglie indebitate rispetto al totale. “Le ragioni – sottolinea Benedicta Marzinotto, docente di Politica economica all’Università di Udine – sono culturali ma anche legate alle caratteristiche del sistema bancario italiano, un po’ conservatore e tendenzialmente più costoso”. La scarsa propensione dei privati ad accumulare debito, aggiunge Marzinotto, “ha in parte protetto il Paese dalle conseguenze della crisi perché molti sono riusciti a compensare il calo del reddito attingendo al proprio risparmio o alla rete di sicurezza familiare, una funzione di tampone che in altri paesi è stata svolta dallo Stato”. E lo dimostra anche l’andamento del credito al consumo: qui l’Italia è sotto la media, al quinto posto tra i Paesi considerati, mentre era ultima nel 2000.

Da noi – dice Giuseppe Piano Mortari, direttore operativo di Assofin – il credito al consumo ha guadagnato terreno ma è meno utilizzato come forma di finanziamento per un mix di fattori legati alla domanda, ma anche all’offerta. Nel corso degli anni l’Italia si è però avvicinata agli altri Paesi e il gap da colmare si è ridotto progressivamente”.
Al tempo stesso, però, il nostro Paese, dopo l’Irlanda, è quello in cui le famiglie sono maggiormente in arretrato con i pagamenti di utilities, mutui e affitti e per la quota di Npl (Non performing loans): 12,9% del totale, pari a Euro 60 miliardi, secondo i dati più aggiornati dell’Autorità bancaria europea disaggregati per tipologia. “La situazione – dice Carlo Milani, direttore di Bem Research – non appare per ora allarmante perché le condizioni finanziarie sono positive e la percentuale di nuclei indebitati è del 21%, contro livelli ben più alti in altri Paesi”. Al polo opposto è l’Olanda, che vanta il record di debito delle famiglie sul Pil e dove sei su dieci sono in “rosso”. Qui, però, solo il 5% dei nuclei ha difficoltà di pagamento e i crediti in sofferenza sono al livello più basso della Ue: appena l’1,6 per cento.

Se si restringe il focus sulle soglie di reddito – spiega Roberto Musmeci, ricercatore del Ceps – si scopre che le famiglie italiane nella fascia medio-bassa sono tendenzialmente più indebitate delle loro omologhe nell’Eurozona. Inoltre, in Italia il peso relativo del debito non è distribuito in modo proporzionale tra le classi di reddito, poiché tende a concentrarsi sulle famiglie meno abbienti. Al contrario in Germania e in Olanda il peso si distribuisce in maniera più omogenea. Non solo. Numerosi studi economici – aggiunge il ricercatore – hanno certificato il legame esistente tra un’alta quota di Npl e un tasso di disoccupazione elevato”.
Vanno poi a braccetto Irlanda, Portogallo e Spagna, accomunati già in passato dai programmi di salvataggio. Qui circa metà delle famiglie è indebitata e utilizza una quota consistente di reddito per ripagarlo. “Questi programmi – spiega Milani – hanno preferito offrire un paracadute al sistema bancario piuttosto che un sostegno ai debitori privati. A questo si è sommato l’effetto negativo dello scoppio delle bolle immobiliari che hanno reso ancora più difficile ripagare i mutui”.

Ma il debito delle famiglie è sempre il sintomo di un malessere? Secondo il Fondo monetario internazionale la risposta è no. Inizialmente – scrive il Fmi nel Global Financial Stability Report pubblicato la settimana scorsa – un aumento dell’indebitamento può portare a un’accelerazione superiore alla media della crescita e dell’occupazione. ma questo effetto positivo si inverte dopo un periodo di tre-cinque anni e ampi incrementi sono associati con crescenti probabilità di crisi finanziarie e recessioni.
Anche la Bce guarda da alcuni anni con attenzione al debito delle famiglie. Prova ne è la creazione di un gruppo di lavoro ad hoc formato da esperti di Francoforte, di alcune banche centrali nazionali e istituti di statistica. “La crisi – conclude – ci ha lasciato in eredità una trappola del debito. Il rischio è che con la fine della politica espansiva, caratterizzata da tassi al minimo storico e acquisto di titoli, ci possano essere problemi di stabilità finanziaria e i più esposti sono proprio i Paesi ad alto debito delle famiglie con alto debito pubblico”. I modi e i tempi di riduzione del quantitative easing da parte dell’Eurotower il prossimo 26 ottobre saranno dunque determinanti per evitare che questo avvenga.

 

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