estratto da Intervento di Alessandra Perrazzelli,
vice direttrice generale della Banca d’Italia alla 51a Giornata del Credito

La digitalizzazione avrà significativi effetti anche sulla struttura distributiva esulla dimensione delle banche. I canali distributivi digitali imprimeranno un’ulteriore accelerazione al calo degli sportelli, già in corso da diversi anni. Inoltre la possibilità di sfruttare i Big Data costituisce una spinta alla crescita dimensionale degli intermediari.

I benefici di questo strumento infatti crescono con il volume di informazione disponibile:più numerosi sono i clienti, migliore è la capacità di prevedere le loro esigenze. Per conseguire le forti economie di scala e di scopo permesse da queste tecnologie, gli intermediari devono quindi raggiungere una soglia minima di operatività.

Inoltre, per effetto della digitalizzazione, cambieranno le caratteristiche richieste alla professione bancaria. La banca del futuro impiegherà programmatori, sistemisti e ingegneri per gestire le piattaforme digitali e curare la sicurezza informatica. Diminuiranno invece i dipendenti che svolgono attività standardizzate e che utilizzano l’informazione qualitativa, sostituita sempre più da quella quantitativa, che alimenta i potenti algoritmi resi operativi dal progresso delle capacità computazionali.

Infine, la profonda trasformazione tecnologica sta favorendo l’ingresso di nuovi operatori. Alcuni, di dimensione piccola o media, sono specializzati in singoli segmenti di mercato. Le banche tradizionali possono risentire della concorrenza di questi nuovi soggetti. Tuttavia, la loro presenza costituisce anche un’opportunità: investendo nel loro capitale di rischio, ad esempio, le banche possono inserirsi nei mercati digitali in maniera indiretta. Esistono già casi di istituti bancari italiani che detengono partecipazioni in giovani società finanziarie innovative.

Tra i nuovi operatori vi sono anche le grandi società tecnologiche, le cosiddette Big Tech (Google, Amazon, Facebook e Apple). Grazie alle informazioni estremamentedettagliate sugli utenti che visitano le loro piattaforme, queste società possono ricavare una mappa molto precisa delle preferenze, abitudini e disponibilità economiche dellapotenziale clientela. Questo consente loro di personalizzare l’offerta dei servizi finanziarie di valutare più correttamente il rischio. Secondo un recente studio1, la stima della probabilità di insolvenza di un individuo, calcolata sulla base delle informazioni che dissemina online (la cosiddetta “digital footprint”), è equivalente, se non più accurata, di quella dei rating tradizionali ricavabili dalla storia creditizia.

Le sfide per il Regolatore…

La trasformazione legata alla rivoluzione digitale lancia nuove sfide non soltanto alle banche, ma anche alla regolamentazione. Si tratta di entrare in un territorio inesploratoche richiede un approccio flessibile e creativo.

Un primo ambito riguarda l’accesso al mercato dei nuovi operatori. Da un lato non se ne vuole scoraggiare l’ingresso, dall’altro la partecipazione di attori di grandi dimensioni, specialmente se già titolari di piattaforme digitali consolidate nell’offerta di altri servizi, potrebbe ridurre la concorrenza effettiva. Una risposta è il modello della open banking regulation, inizialmente adottato nel Regno Unito e recepito nella legislazione europeadalla seconda direttiva sui servizi di pagamento (PSD2). Esso prevede che gli operatori possano offrire servizi bancari purché condividano tra loro i dati finanziari della clientela per consentire anche agli attori più piccoli di disporre di ampi volumi di informazioni su cui testare i propri modelli. In questo nuovo contesto regolamentare le banche tradizionali hanno forti incentivi a offrire una più ampia gamma di servizi innovativi a elevato valore aggiunto. Rimane ovviamente la possibilità che alcuni operatori abbiano accesso a informazioni aggiuntive, come quelle sugli acquisti online, che potenziano la capacità predittiva dei modelli che utilizzano le informazioni di natura strettamentefinanziaria.

Una seconda sfida per il regolatore è l’applicazione di regole, che sono diventate più severe e complesse, in un contesto in cui coesistono operatori di natura e dimensioni molto diverse: dalla ricevitoria che, grazie al bancomat “intelligente”, offre gran parte dei servizi propri di uno sportello bancario tradizionale, alla società “big tech”. Occorrestabilire con chiarezza chi regolare e come farlo, al fine di tutelare la clientela e preservare la stabilità finanziaria senza sacrificare l’efficienza.

Un importante principio è quello della proporzionalità della regolamentazione, secondo cui i regimi regolamentari possono essere differenziati in funzione della tipologia, della dimensione e del grado di interconnessione dell’intermediario. Questo approccio, rendendo più sostenibili i costi della compliance per gli operatori più piccoli, assicura un level playing field e allo stesso tempo non scoraggia l’innovazione.