aniaIeri, 1° luglio 2014, si è tenuta a Roma l’assemblea annuale dell’Ania a cui erano presenti la maggior parte dei top managers delle compagnie di assicurazioni, rappresentanze di intermediari, esperti del settore e giornalisti.

Riportiamo un estratto della relazione del presidente Aldo Minucci, presidente Ania.


VITA E PREVIDENZA

Nel 2013 l’industria assicurativa ha rafforzato il suo ruolo di leadership nella previdenza complementare. L’offerta delle compagnie si articola in una vasta gamma di prodotti e servizi: i piani individuali di previdenza, i fondi pensione aperti, i servizi di asset management per i fondi negoziali, le erogazioni delle rendite.

Sono ormai 6 milioni e 200 mila gli aderenti alla previdenza complementare; il 40% di questi ha sottoscritto il tradizionale prodotto assicurativo, che è quindi la componente più diffusa e dinamica nel mercato. Anche nel 2013, un anno di sofferenza economica per molte famiglie italiane, le adesioni ai nostri piani previdenziali hanno continuato a crescere a ritmo sostenuto (+13,3%) rispetto ai fondi aperti (+7,7%) e ai fondi negoziali (-1%).

Le polizze assicurative vengono scelte perché costituiscono soluzioni in grado di adattarsi con facilità a ogni percorso lavorativo e perché offrono maggiori opportunità grazie alle diverse opzioni finanziarie riconosciute agli aderenti e alla comprovata capacità di gestione delle compagnie.

Ma c’è un aspetto che merita di essere segnalato come indizio di un nuovo trend. Nelle polizze sempre più spesso vengono inserite nuove coperture, ad esempio quelle relative a malattie gravi, alla perdita dell’autosufficienza e, in alcuni casi, anche alla perdita dell’impiego.

Questa tendenza riflette la maggiore sensibilità ai rischi da parte dei lavoratori che, in una dimensione integrata del welfare, ricercano coperture di esigenze previdenziali e assistenziali, in una logica di protezione che riguarda l’intero ciclo della vita.

In quest’ottica, andrebbe riconsiderata la struttura degli incentivi fiscali per sanità e previdenza. Occorrerebbe, in particolare, prevedere un’autonoma deducibilità fiscale per le garanzie accessorie, in maniera tale da non intaccare il plafond destinato alla previdenza complementare.

Da ultimo, non posso non sottolineare che il recente aggravio di mezzo punto percentuale della tassazione sui rendimenti maturati dai fondi pensione non è coerente con la necessità di incentivare le adesioni dei lavoratori, soprattutto di quelli giovani.

SANITÀ

In uno scenario di bisogni di welfare sempre più integrati appare poi ineludibile affrontare una riforma della sanità pubblica informata agli stessi principi che, negli anni scorsi, hanno ispirato la costruzione della previdenza complementare.

Il sistema sanitario italiano ha una struttura complessa, fondata su un ruolo centrale del settore pubblico, articolata su diversi livelli di responsabilità tra Stato e Regioni, con un’accentuata differenziazione territoriale, anche in termini di qualità ed efficienza delle prestazioni.

Gli operatori privati – assicurazioni, fondi e casse sanitarie – hanno nel sistema un peso ancora relativamente poco significativo, pari al 4% della spesa sanitaria totale.

Questo sistema presenta aspetti positivi e punte di eccellenza, ma anche problemi rilevanti.

Innanzitutto, il processo di invecchiamento della popolazione accresce la domanda di assistenza sanitaria e rende difficile per lo Stato sostenerne i relativi oneri.

Non è un caso che i ticket siano aumentati da 2 a 3 miliardi di euro negli ultimi tre anni, un onere che grava esclusivamente sulle persone bisognose di cure o di medicinali.

Il sistema pubblico, poi, non è in grado di far fronte a tutte le richieste sanitarie dei cittadini, come dimostrato dai lunghissimi tempi di attesa per fruire di alcune prestazioni. Con la conseguenza che chi può, si rivolge a strutture private pagando di tasca propria, e chi non può – e si tratta di milioni di italiani – finisce per rinunciare alle cure.

È tempo, dunque, di definire un’architettura equa e più sostenibile per la sanità italiana. L’esperienza di alcuni paesi, come Francia e Germania, dimostra che l’obiettivo è realizzabile attraverso un sistema integrato fra Stato e privati. A tal fine, è necessario che le prestazioni pubbliche siano definite con certezza e che i cittadini siano incentivati ad acquistare protezione tramite coperture di tipo mutualistico o assicurativo.

Nel nostro sistema sanitario, l’individuazione delle prestazioni garantite dal sistema pubblico (i cosiddetti Livelli Essenziali di Assistenza) e del livello dei ticket a carico dei cittadini spetta al

Governo e alle Regioni, nell’ambito del “Patto per la salute” in discussione in queste settimane.

A nostro avviso, il “Patto” dovrebbe confermare il carattere universalistico dell’accesso ai servizi sanitari pubblici, ma prevedere anche che alcune prestazioni – ad esempio la prevenzione, le visite specialistiche, la diagnostica – siano gratuite solo per le persone in condizioni di vulnerabilità economica, mentre le altre dovrebbero sostenerne il costo.

Verrebbe così ridotta significativamente la spesa sostenuta dallo Stato e sarebbero limitate le lunghe liste di attesa. Nello stesso tempo, si darebbe maggiore spazio all’intervento delle forme sanitarie integrative, per le quali andrebbe reso omogeneo il relativo trattamento fiscale, equiparando le polizze di assicurazione ai fondi e alle casse sanitarie.

Parlando di sanità non posso non affrontare il tema della responsabilità civile dei medici e delle strutture sanitarie.

Lo scorso anno avevo illustrato una serie di misure che, se adottate prontamente, avrebbero potuto contenere il livello dei danni causati dalla malpractice, riducendo il costo delle coperture assicurative:

– rafforzamento delle attività di prevenzione nelle strutture sanitarie attraverso l’inserimento della figura del risk manager;

– chiara definizione della responsabilità dei medici e degli operatori sanitari, con esclusione della stessa nel caso di rispetto dei protocolli;

– approvazione di tabelle valutative del danno biologico e introduzione di limiti ai danni non patrimoniali.

Purtroppo, a distanza di un anno, nessuna di queste misure è stata introdotta. Neanche la recente norma approvata dal Governo – che esenta dall’obbligo di assicurazione i medici dipendenti pubblici – affronta i problemi alla radice.

Con questo solo intervento, infatti, resterà elevato il numero delle denunce di malpractice, si manterranno alti i costi dei risarcimenti e i prezzi delle coperture assicurative, si consoliderà la propensione delle strutture pubbliche a non assicurarsi, con possibili effetti dirompenti, nel tempo, sui conti dello Stato. Non sarà neanche intaccato il fenomeno della cosiddetta “medicina difensiva”, ossia il ricorso spropositato a farmaci, accertamenti diagnostici e ricoveri al solo scopo di escludere ogni possibile responsabilità medica. Un atteggiamento che comporta oneri per circa 13 miliardi di euro a carico del sistema sanitario pubblico.

Appare quindi incomprensibile che non si intervenga con provvedimenti idonei a risolvere concretamente i problemi, provvedimenti che potrebbero determinare una riduzione dei costi della medicina difensiva stimabile in più di un miliardo all’anno.