Estratto dell’Intervento di Carmelo Barbagallo di ieri, Capo del Dipartimento di Vigilanza Bancaria e Finanziaria Banca d’Italia al convegno “Le banche locali e di credito cooperativo in prospettiva: vigilanza europea ed evoluzione normativa”, presso la Federazione delle cooperative Raiffeisen, Bolzano.

“Caratteristiche distintive delle banche locali sono lo svolgimento dell’attività in ambiti territoriali circoscritti, le dimensioni operative contenute, la specializzazione nel finanziamento delle famiglie e delle imprese di minori dimensioni. Tali connotazioni sono tradizionalmente presenti nelle banche di matrice cooperativa.

Esse occupano una posizione di rilievo nel sistema bancario nazionale. Alle banche locali è riconducibile circa un quarto degli sportelli operanti nel paese e una quota di attività intorno al 14 %. Alle BCC fa capo circa il 15 % degli sportelli e intorno al 6 % dell’attivo complessivo del sistema.

Le banche locali costituiscono la componente prevalente delle banche italiane less significant (LSI), ovvero degli intermediari che, nell’ambito del Meccanismo di Vigilanza Unico (MVU), restano assoggettati alla supervisione diretta della Banca d’Italia, pur prevedendosi un ruolo di sorveglianza della BCE. Delle 530 banche minori italiane, circa il 90% è rappresentato da banche locali e oltre il 70% da BCC. La componente italiana less significant è la terza dell’area dell’euro (16 % del totale), dopo Germania e Austria. Ai tre paesi è riconducibile complessivamente l’80 % delle LSI; caratteristica comune è l’ampia prevalenza delle banche cooperative, piccole popolari e BCC.

Nell’ultimo triennio, le tensioni sui mercati finanziari e la lunga fase congiunturale sfavorevole hanno posto le banche locali di fronte a sfide non meno difficili di quelle affrontate dalle banche più grandi. Il processo di contrazione numerica delle banche del territorio, in atto da tempo, ha registrato un’accelerazione. Per il sistema del credito cooperativo la riduzione è particolarmente evidente. Se alla fine del 2011 si contavano 411 BCC, le operazioni di aggregazione, finalizzate a risolvere situazioni di problematicità che la fase recessiva ha aggravato, ne hanno ridotto il numero fino a 376 dello scorso dicembre.

L’aspetto di maggiore vulnerabilità delle banche locali è rappresentato dal marcato deterioramento della qualità dei prestiti, per effetto, innanzitutto, di due pesanti recessioni dell’economia, ma anche di scelte gestionali e allocative rappresentative di un rapporto a volte non equilibrato con il territorio di insediamento. Ciò in primo luogo a causa del materializzarsi del rischio di “cattura”: il legame con il territorio, che teoricamente dovrebbe generare vantaggi informativi in grado di migliorare la selezione del merito di credito, può viceversa comportare condizionamenti tali da compromettere l’oggettività e l’imparzialità delle decisioni di finanziamento. Si registra , inoltre, il tentativo in diversi casi di compensare le difficoltà reddituali attraverso la diversificazione dell’operatività in aree territoriali meno conosciute, perseguita mediante la concessione di crediti a controparti di dimensioni più elevate, poco note e poco meritevoli. L’esperienza della Vigilanza dimostra che l’uno o l’altro di questi effetti o, nei casi più gravi la somma dei due, sono alla base della maggior parte delle crisi delle banche di piccola dimensione.

Nelle BCC l’incidenza dei crediti anomali sul totale dei prestiti è salita dal 10 al 17,5 % tra giugno 2011 e giugno 2014. L’accelerazione ha riguardato principalmente le sofferenze, più che raddoppiate (dal 4 al 8,4 %). La rischiosità dei prestiti delle banche locali, in passato più contenuta nel confronto con le altre banche, ha raggiunto livelli più elevati di quelli relativi all’intero sistema bancario (16,8 %), sostanzialmente allineati a quelli delle banche oggetto della recente verifica approfondita degli attivi da parte della BCE (17,4 %).

Negli ultimi mesi, il tasso di passaggio a sofferenza, in attenuazione sia per le banche significant, vigilate direttamente dalla BCE, sia per le altre banche less significant, è invece aumentato ulteriormente per le BCC (dal 3,6 % di dicembre 2013 al 3,9 %).

Nelle BCC, il tasso di copertura delle partite deteriorate, pur essendo cresciuto nell’ultimo triennio dal 23,5 al 33,2, è ancora molto lontano dai valori delle altre banche (42,4 % per il sistema nazionale, 43,4 per le banche significative, 48 per i gruppi bancari più grandi). Non si intendono qui trascurare le ragioni per le quali il tasso di copertura delle banche locali può essere, correttamente, più basso (più ampia presenza di garanzie; minore incidenza dei crediti in sofferenza, connotati da un più alto coverage), ma l’esperienza dimostra che, pur in presenza di garanzie che in astratto hanno una qualità elevata, è difficoltoso escuterle, in tempi accettabili e a prezzi congrui. Oltre a rappresentare un rischio per la stabilità, il basso livello di copertura condiziona la possibilità di realizzare operazioni di smobilizzo dei crediti deteriorati, liberando risorse per la crescita.

Per le BCC, solo nell’ultimo anno si è assistito a una lieve ripresa dei prestiti totali, mentre è proseguita la contrazione dei crediti alle imprese. Nei dodici mesi terminanti a novembre, il credito alle imprese si è ridotto a un tasso annuo dello 0,8 % (-2,5 % per il totale del sistema; -2,3 % per le banche significative).

La Banca d’Italia ha condiviso l’iniziativa della Federazione nazionale delle BCC volta a introdurre nel TUB una nuova categoria di azioni di finanziamento, computabili nel capitale di migliore qualità̀, sottoscrivibili dal Fondo di assicurazione dei depositanti o dai fondi mutualistici in caso di crisi di singole aziende. Lo strumento può essere utile per agevolare la risoluzione di alcune situazioni di difficoltà ma, da solo, non è sufficiente a soddisfare le esigenze di capitalizzazione del sistema delle BCC nel suo complesso e nelle sue componenti più fragili e potrebbe risultare condizionato dalla vigente normativa europea sugli aiuti di Stato alla ricapitalizzazione delle banche.

Conclusioni

Il contesto economico difficile, l’evoluzione della regolamentazione, la nuova dimensione europea della supervisione bancaria richiedono alle banche italiane di intraprendere un percorso di cambiamento.

Agli intermediari sono richiesti livelli di capitale più elevati per fronteggiare i rischi derivanti dal deterioramento dei crediti, per sostenere l’erogazione di nuovo credito necessario per l’economia, per proteggere i risparmiatori da perdite in caso di crisi, per mantenere la fiducia dei mercati e del pubblico in un contesto europeo più integrato e più competitivo.

La forma cooperativa, nel modello adottato in Italia, rende tuttavia difficile la ricapitalizzazione. Per rafforzare la stabilità del sistema, di recente il Governo ha definito misure volte rimuovere alcune criticità della disciplina delle banche popolari, di ostacolo al raggiungimento di livelli di capitalizzazione adeguati ai rischi.

Per quanto riguarda il credito cooperativo, considerati i limiti alla detenzione delle quote e il voto capitario, la crescita del patrimonio è stata finora conseguita attraverso la capitalizzazione degli utili, canale che potrebbe ora essere insufficiente. In situazioni di crisi, i limiti legali uniti alla scarsa o nulla integrazione delle singole aziende in un sistema, limitano le soluzioni disponibili per preservare il valore aziendale e possono rendere inevitabile, nell’interesse dei risparmiatori e a tutela della stabilità finanziaria, l’aggregazione in banche di altra categoria.

Nell’area dell’euro, l’applicazione di standard di vigilanza omogenei per tutte le banche, ivi comprese le piccole banche cooperative, determinerà una crescente pressione verso livelli di capitale e soluzioni organizzative caratterizzati da elevata coesione.

L’integrazione è un obiettivo non più rinviabile per le BCC italiane. Occorre individuare soluzioni che favoriscano un assetto del sistema meno frammentato e meglio strutturato, capace di superare gli svantaggi della piccola dimensione ma allo stesso tempo di preservare i valori della cooperazione e della prossimità con il territorio che da sempre costituiscono il punto di forza delle banche locali.

Il progetto di riconoscimento a fini prudenziali del Fondo di Garanzia Istituzionale avrebbe dovuto rappresentare un primo passo nella direzione di una maggiore coesione. La mancata realizzazione del progetto riflette la complessità dell’iniziativa, ma anche esitazioni e resistenze dinanzi a una prospettiva di cambiamento che comporta limitazioni alla piena autonomia dei partecipanti al sistema.

Oggi, lo schema dell’IPS, pur potenzialmente in grado di favorire una maggiore integrazione del credito cooperativo, rafforzare le leve per orientare in senso virtuoso la gestione delle banche partecipanti e prevenire le crisi, potrebbe non bastare. Affinché il sistema della BCC possa competere in un mercato più integrato e concorrenziale, contribuendo validamente alla ripresa delle economie di riferimento, è necessario un riassetto più incisivo, che consenta di conseguire al più presto l’ammodernamento della gestione, il rafforzamento strutturale della redditività e la capacità, ove necessario, di reperire risorse patrimoniali anche consistenti in tempi brevi.

Occorre dunque procedere con rapidità a una riforma del sistema che elimini le inefficienze insite nell’attuale configurazione di rete, ponendo le premesse per ridurre i costi operativi, innalzare la professionalità di esponenti aziendali e addetti, accrescere la qualità e la gamma dell’offerta alla clientela, utilizzare al meglio la tecnologia, eliminare gli ostacoli alla raccolta di capitali sul mercato.

La considerazione delle esperienze di altri Paesi europei può ispirare soluzioni volte a preservare il contributo che il sistema delle banche cooperative può continuare a offrire all’economia italiana; alcune potrebbero richiedere interventi normativi.

La Banca d’Italia è disponibile, nel rispetto del proprio ruolo, a un confronto sulle diverse opzioni.