“Come può innescarsi una ripresa ciclica in Italia?
E una volta ripartito il ciclo, come si farà a riportare la nostra economia su una dinamica di sviluppo duraturo?

Sono domande che ci ripetiamo spesso.

Per il medio-lungo periodo il problema è di struttura produttiva, di competitività, di tecnologia; richiede una trasformazione della nostra società per renderla di nuovo capace di produrre reddito e benessere diffuso: cambiamenti profondi, ma dovuti da vent’anni, non rifiutabili né rinviabili. La politica economica e sociale nel nostro Paese si sta dando obiettivi complessivamente coerenti con questi bisogni, li persegue con le difficoltà poste da una società di cui molte componenti sono riluttanti a riconoscere le vie del futuro.

Nel breve periodo il problema è disincagliare le decisioni di investimento da parte delle imprese, perché facciano da volano a una ripresa della domanda. Le imprese italiane sono, nell’insieme, molto provate da sei anni di recessione quasi ininterrotta; tuttavia non poche fra loro, soprattutto quelle prevalentemente esportatrici, sono profittevoli e hanno piani di investimento che sono sospesi, in attesa che si diradino le incertezze sul futuro; altre sono in maggiore difficoltà, pensano al momento più a sopravvivere che a fare investimenti, ma conservano un potenziale di ripresa; altre ancora sono inesorabilmente fuori mercato; infine, fuori del recinto delle imprese esistenti premono energie imprenditoriali che vorrebbero prendere forma: cellule nuove che potrebbero rimpiazzare quelle non più vitali.

Un sistema finanziario efficiente dovrebbe: contribuire a convincere le imprese sane a non rinviare oltre gli investimenti necessari; discriminare le imprese che hanno un potenziale da quelle che non lo hanno, sostenendo solo le prime; incoraggiare le imprese in stato embrionale o appena nate a consolidarsi e a crescere rapidamente.

Per ottenere tutto questo un’offerta di finanza articolata e differenziata è ovviamente preferibile.

Il sistema finanziario italiano è ancora fortemente incentrato nell’intermediazione bancaria.

Alla fine dello scorso anno, i prestiti delle banche coprivano il 40% delle passività finanziarie complessive di famiglie e imprese (debiti finanziari più patrimonio), contro il 15% negli Stati Uniti, il 23% in Francia, il 30% nel Regno Unito; solo in Germania, altro paese “bancocentrico”, si registrava una quota simile.
Gli investimenti in capitale di rischio dei fondi di venture capital e di private equity, intermediari specializzati nel favorire la crescita delle imprese, sono pari al 2 per mille del PIL, come in Germania, ma la metà che in Francia, un quinto che nel Regno Unito.

La struttura finanziaria del nostro Paese deve evolvere verso un assetto che veda ridotta la dipendenza delle imprese dal credito bancario e accresciuto il ruolo dei mercati e degli investitori istituzionali come canali e come fornitori di finanza esterna per il sistema produttivo.

È un processo difficoltoso, frenato anche dalla riluttanza delle imprese italiane medie e piccole ad aprirsi ai mercati dei capitali, sotto un profilo sia di controllo proprietario sia anche solo di trasparenza informativa. A rendere specialmente problematica da noi questa evoluzione, che in altri sistemi sta già avvenendo, sono le anomalie delle PMI italiane rispetto a quelle del resto del mondo avanzato, a cominciare proprio dalla dimensione, che è molto più piccola.”

fonte: XLVI Giornata del Credito – Banche e Assicurazioni: un percorso comune per lo sviluppo
Relazione del Direttore Generale della Banca d’Italia e Presidente dell’IVASS, Salvatore Rossi