di Agostino Capozzo, presidente Confidi Rating Italia

Agostino-CapozzoIl sistema delle imprese italiane si presenta oggi, dopo la crisi, fortemente polarizzato. Da un lato si collocano le imprese “sane”, cioè quelle eccellenti, il cui elevato merito di credito costituisce un fattore di attrazione su cui si concentra l’attenzione delle banche e dei vari operatori del credito (ivi compreso quello dell’area Fin-tech). Si tratta di imprese, cioè, di semplice valutazione che si prestano a superare iter istruttori anche ridottissimi, concentrati in pochi giorni.

All’altro estremo sono poste, invece, le imprese cui la crisi ha provocato serie difficoltà che ne compromettono le possibilità di sopravvivenza.

Come correttamente rileva il direttore generale Banca d’Italia Salvatore Rossi “in mezzo c’è una zona grigia” fatta cioè di quelle aziende “in difficoltà ma non prossime al fallimento, con un potenziale almeno in parte inespresso”. Talvolta sono aziende “che mancano della capacità manageriale e delle risorse finanziarie per fare un salto di qualità significativo”. Anch’esse, evidentemente, data l’attuale situazione in cui versa il settore in Italia, rimangono fuori dal circuito del credito focalizzato, come detto, al più sulle imprese del primo tipo.

Si tratta di un quadro che ridisegna inevitabilmente anche il mercato dei Confidi e delle garanzie. Degli organismi cioè che rischiano di continuare ad offrire garanzie ad un sistema (quello del credito) che non le chiede più semplicemente perché intenzionato a mantenere compresso il livello degli impieghi (per gli elevati rischi ad essi connessi o, più semplicemente, perché giudicati antieconomici).

Da qui occorre allora ripartire per ridefinire il nuovo posizionamento strategico dei Confidi.

Dal fatto, cioè, che esiste un bisogno insoddisfatto in quelle piccole e medie imprese che non trovano le risorse e i mezzi per poter esprime appieno il proprio potenziale. È su questo segmento, dunque, che deve concentrarsi la futura attività dei Confidi.

Per queste imprese il ruolo dei Confidi deve essere riconcepito come quello di un soggetto che, con l’assistenza continuativa, le accompagni lungo un percorso di riqualificazione/potenziamento delle attività abituandole all’uso della pianificazione e del controllo di gestione, affinandone quindi le capacità manageriali.

Ma perché ciò avvenga è necessario pensare ad una profonda riorganizzazione di sistema interessato dalla coesistenza di confidi maggiori e minori.

Se gli spazi di mercato ancora liberi sono quelli descritti allora occorre che i Confidi maggiori – come già stanno facendo quelli più reattivi – comincino ad avviare concretamente l’attività di erogazione di piccolo credito (colmando quel vuoto lasciato dalle Banche). Attività nella quale possono avvalersi del prezioso supporto che può derivare dai Confidi minori in termini di prossimità, di professionalità, di strumenti di garanzia. Strategico sarebbe perciò un modello di partnership – formalizzabile in semplici accordi contrattuali/convenzioni di rapida adozione, privi delle rigidità e delle lungaggini tipiche delle forme aggregative più spinte quali le fusioni – basato sull’interazione fra Confidi vigilati e minori in cui questi ultimi assicurino la vicinanza e la conoscenza dei territori, sappiano mettere in campo servizi di analisi del merito, di assistenza finanziaria e manageriale continuativa delle imprese (tracciando cioè il percorso di uscita dalla zona grigia), concedano garanzie di qualità e, all’occorrenza, siano in grado di costituire la provvista di fondi necessaria alle erogazioni anche con forme di finanziamenti infra-Sistema.

Senza questi presupposti la nuova attività di erogazione che i vigilati si accingessero ad avviare prefigurerebbe l’accollo di rischi non adeguatamente coperti dalla maggiore redditività insita nelle operazioni di credito (alcuni confidi maggiori mostrano ormai tassi di insolvenza intorno al 40%). Con la maggiore trasparenza introdotta dalle nuove norme di redazione del bilancio dei Confidi minori all’interno dello stesso Sistema della garanzia si opererà dunque la naturale selezione degli operatori. Si tratta in ogni caso di un processo che va certamente accompagnato da un adeguamento normativo di fondo.

Oggi, poi, che la nuova regolamentazione del Fondo di Garanzia per le PMI pare offrire le condizioni per un recupero di centralità della garanzia dei Confidi – oltre alle nuove opportunità di lavoro che si profilano con la garanzia c.d. “tripartita” anche all’interno dello stesso Sistema Confidi maggiori/minori – tornano alla ribalta strumenti di garanzia passati in secondo piano quale ad esempio il noto “Fondo Antiusura” che, a differenza del primo, continua ad offrire garanzie elevate su fondi pubblici (80%).

Quale ulteriore effetto della riforma in corso è perciò legittimo attendersi una ripresa di interesse per questo secondo Fondo che ancora può efficacemente accompagnare le imprese al credito grazie alla elevata copertura a garanzia offerta, all’entità dei fondi stanziati dallo Stato ed ai ridotti moltiplicatori normalmente ad essi assegnati (che assicurano, cioè, una adeguata costituzione del cash collateral).

Va detto, tuttavia, come il Fondo Antiusura sconti un forte limite: vale a dire una regolamentazione ferma ormai al lontano 1996. Le evoluzioni in esso intervenute in questi anni si scontrano oggi con il comma 2 dell’art. 15 della lg. 108/96 che regolamenta il Fondo Antiusura in gestione ai Confidi. La norma, infatti, concede a questi ultimi la possibilità di operare esclusivamente con le Banche e gli Istituti di Credito (accezione ormai in disuso e fuori dal tempo) per la concessione delle garanzie alle imprese. A differenza che per le Associazioni e Fondazioni (normate dal successivo comma 6) per i Confidi, cioè, non è espressamente prevista la possibilità di concedere garanzie agli Intermediari Finanziari.

Salvo possibilità di applicazione della norma orientata ad interpretazione estensiva, di fatto ai Confidi vengono a mancare le possibilità operative per dare un futuro a questo importante strumento di aiuto. Lasciare immutato il suo impianto normativo dunque vorrebbe dire privare le imprese di quel ventaglio più ampio di fonti di finanziamento cui potrebbero accedere ivi comprese quelle offerte dagli stessi Confidi iscritti al nuovo Albo ex art. 106 del T.U.B. e autorizzati da Banca D’Italia alla concessione del piccolo credito.

Urge, pertanto, in questi termini una revisione normativa e tempestiva dello strumento. Occorre quindi sensibilizzare al problema le Istituzioni ed il Governo in particolare. Anche in questo caso la delega affidatagli dal Parlamento con la Lg. n. 150/2016 per il riordino del sistema dei Confidi costituisce in questo senso occasione preziosa e strumento senz’altro adeguato all’introduzione della auspicata revisione dell’ormai obsoleto comma 2 dell’art. 15 della lg. 108/96 nel senso di un ampliamento dell’operatività del Fondo in gestione ai Confidi verso gli altri operatori del credito diversi dalle Banche (in ogni declinazione che essi possano assumere anche in futuro).

Riproduzione Riservata PLTV