Arrivano le specifiche sui Pir di nuova generazione. A metà settimana, dopo il Decreto Carige che sarà approvato in Commissione Finanze della Camera, il governo discuterà dei decreti attuativi sui Pir2.

Si tratta della normativa che prevede un bonus fiscale per chi investe nell’economia reale, entrata in vigore a gennaio 2017 e su cui ora il governo inserisce una variante importante: l’obbligo per i gestori di investire il 3,5% dei fondi su azioni o bond di pmi quotate su Aim Italia e un 3,5% su fondi di venture capital.

«Volevamo allargare la platea agli Eltif, i nuovi prodotti chiusi che sarebbero più di altri adatti alla filosofia per cui sono nati i Pir (investimento a medio-lungo termine), ma non c’era la copertura in bilancio e abbiamo dovuto rinunciare per ora», ha spiegato Giulio Centemero, tesoriere della Lega e relatore della legge durante il convegno «Nuovi Pir e prospettive per le pmi», coordinato a Milano da Pierpio Cerfogli, vice dg di Bper . «In ogni caso entro febbraio avremo i decreti attuativi e i gestori sapranno come muoversi», ha aggiunto Federico Freni, avvocato, partner dello studio Quorum. «Per evitare problemi con la Commissione Europea sulla concorrenza in materia di possibili aiuti di Stato abbiamo deciso di adottare la definizione di pmi valida a livello comunitario e non quella prevista del testo del Tuf italiano», spiega. Quindi si tratta di società che hanno fino a 250 dipendenti e con 50 milioni annui di fatturato. «Delle 113 quotate su Aim, dovrebbero essere investibili dai fondi Pir2 oltre 70 titoli».

Cristian Frigerio, analista, collaboratore del gruppo Ambromobiliare /4Aim , ha calcolato che oggi sono 77 i titoli Aim quotati che rientrano nella nuova legge (di cui due, Energy Lab ed Axelero , sospesi dalle negoziazioni), per una capitalizzazione complessiva pari a 3,43 miliardi di euro, con un flottante totale di 760 milioni di euro. Il controvalore di scambio mensile complessivo è di circa 150 milioni di euro (dato aggiornato a dicembre 2018).

Marco Rosati, amministratore delegato di Zenit sgr, fra i professionisti che conoscono meglio l’Aim, ha messo ieri in evidenza la sua preoccupazione sulla quota obbligatoria di investimento, quel 3,5% «che nel caso di un fondo 100% azionario è una percentuale contenuta, ma se il fondo è bilanciato in realtà pesa molto». L’avvocato Freni ha ribattuto che «il governo vuole dialogare con tutte le parti, da Bruxelles ai gestori, che alla fine nulla sarà imposto dall’alto, ma che lo spirito della legge resta». Rosati ritiene che «sarebbe a questo punto il caso di creare piccoli fondi dedicati al venture capital, con un profilo di rischio più elevato ma adatti anche a investitori in grado di comprenderli bene, chiaramente evitando di investire in società molto esposte alla leva, con ritorni annui particolarmente elevati. Bisogna trovare un punto d’equilibrio fra rischio e rendimento», spiega Rosati a MF-Milano Finanza.

Luca Mori, direttore investimenti di Algebris, ha spiegato invece che «bisognerà rivedere le politiche di investimento dei fondi, dopo aver letto bene i decreti attuativi una volta pubblicati». Il mercato sa che oggi, con la recessione in atto da due trimestri e con una manovra bis del governo all’orizzonte, è difficile allargare le richieste. I Pir1 hanno raccolto 11 miliardi di euro nel 2017, anno di avvio, circa 4 miliardi nel 2018 (stime di Intermonte). Ora i Pir2 partiranno con la nuova raccolta a marzo all’interno di uno scenario economico mutato e più complesso. Però nel 2018 l’Aim ha fatto debuttare 26 matricole per 1,3 miliardi di nuova raccolta, mentre sul segmento principale, il Mta, si sono presentate solo quattro società.
Come ha ricordato ieri Centemero, attingendo alla sua formazione di commercialista, «bisogna investire nell’economia reale, dare fiducia alle aziende, che rappresentano la spina dorsale dell’Italia e così creare posti di lavoro».